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Alessandro Arnone, direttore del Teatro Manzoni di Milano

Alessandro Arnone, direttore del Teatro Manzoni di Milano

Per Arnone, direttore del Manzoni, è impossibile riaprire i teatri alle condizioni del Dpcm

L'intervista ad Alessandro Arnone, direttore del Teatro Manzoni di Milano: «Le condizioni sono antieconomiche, speriamo nei vaccini per tornare alla disponibilità dell'intera sala»

L’annuncio, atteso da tempo, è arrivato qualche giorno fa: una data di riapertura (27 marzo) per i teatri e i cinema, con l'assenso del comitato tecnico-scientifico. Poi, però, con il Dpcm del 2 marzo sono stati resi noti i dettagli del futuro protocollo ed è stato evidente che, ancora una volta, per le sale vi saranno enormi difficoltà se non l’impossibilità di aprire. Le condizioni imposte diventano infatti antieconomiche. «Il teatro privato vuole riaprire e vuole farlo disperatamente, ma ha bisogno di presupposti molto più solidi», dichiara a MilanoToday Alessandro Arnone, direttore del Teatro Manzoni.

Come ha reagito all'annuncio di una data e delle condizioni di riapertura?

«Nel mondo del teatro se n’è discusso tantissimo. Si tratta di una realtà variegata: è chiaro che, in queste condizioni, qualcuno potrà riaprire, perché ha logiche economiche diverse da quelle del teatro privato. Le regole sono troppo stringenti per noi. La prima è quella di trovarsi in zona gialla. Ed è già un problema: la Lombardia, per esempio, è appena entrata in zona arancione e la tendenza è verso l'arancione scuro. Il teatro ha bisogno di pianificazione. A voler essere ottimisti, ho bisogno di un mese per contattare una compagnia, la quale deve organizzare le prove per gli attori (che non provano da un anno). Inoltre di solito una compagnia si organizza per una tournée, impensabile con regioni di colori diversi e soprattutto variabili. Non troverei nessuno disponibile a prendersi l'impegno di sostenere i costi di allestimento e prove senza certezze di poter proseguire».

La seconda condizione è la capienza. Può darci un'idea di massima sugli incassi e i costi?

«La regola dice che si può riempire una sala al massimo al 25% e comunque per non più di 200 posti. Il Manzoni ne ha 838, quindi andremmo a 210 ma dobbiamo fermarci a 200. Ammesso di venderli tutti, con una media di 20 euro a biglietto avremmo un incasso di 4.000 euro. Togliendo l'Iva al 10% e la Siae al 13%, restano 3.200 euro. A questo punto devo dare il 70% alla compagnia, per cui al Manzoni restano 965 euro. Con questo ricavo devo pagare le utenze, le maschere, le spese di apertura della sala, i tecnici, il personale, la promozione, la pubblicità. Significa andare incontro a una perdita secca, colossale. Forse alcuni teatri, come quelli che prendono rilevanti fondi dal Fus e hanno produzioni interne, possono affrontare l'apertura. Noi no».

Così è davvero difficile riaprire ed entusiasmarsi per l'annuncio.

«Capisco il ministro Franceschini quando dichiara che si tratta di "un segnale importante", ma il teatro privato non può farcela. Oltretutto i ristori ci hanno fatto contenere la perdita nel 2020 ma, per il 2021, non abbiamo alcuna certezza di questo. L'unica sicurezza, per chi vi accede, è la scadenza del 25 marzo per chiedere i fondi del Fus. Ma si rischia che vengano presentate domande con numeri irrealistici, ipotizzando una riapertura ad aprile tutta da verificare. Per ora non possiamo mettere in moto macchine che cominciano a consumare subito risorse, senza certezze e con la variabilità dei colori. Pensi solo ai dipendenti in cassa integrazione: se li richiamassi, ma poi non riuscissi realmente a partire perché la mia regione cambia subito colore, dovrei sopportare costi aggiuntivi anche per loro».

Vede qualche speranza?

«Come teatri privati ci siamo dotati di un'associazione, l'Atip, che finalmente permette di dare voce alle nostre peculiarità. Ma a mio avviso il vero punto di svolta lo avremo solo quando un’importante fascia della popolazione sarà vaccinata. Le notizie dal Regno Unito sono confortanti: pur non avendo ancora vaccinato tutti, i contagi e i ricoveri sono crollati (i vaccini coprono circa un terzo della popolazione finora, n.d.r.). Abbiamo bisogno di tornare a disporre dell’intera sala e questo temo lo si potrà fare solo raggiungendo l'immunità di gregge».

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