Eleonora Dragotto

Opinioni

Eleonora Dragotto

Giornalista MilanoToday

Se Milano torna attaccata al clacson

La nuova normalità rischia di essere in tutto e per tutto identica a quella vecchia

Gli ultimi dati su contagi e ricoveri restituiscono un quadro che si vorrebbe definire roseo, se solo non si avesse paura di parlare troppo presto. L'abolizione di molte norme e divieti confermano che dovremmo essere alla fine di questa terza (e si spera ultimissima) ondata. A Milano si è tornati nei teatri, nei musei, nei cinema. La sera l'aria è satura della gioia di potersi sedere fuori dai locali e brindare alla fine di questo periodo insieme ai propri affetti. Ci si ricomincia (timidamente) ad abbracciare, si guarda con l'emozione delle prime volte un film o una pièce nel silenzio attento di una sala. L'abbiamo sognato, desiderato, evocato e aspettato tanto a lungo questo ritorno a una quasi normalità. Ma c'è un ma. Perché se manca il tempo della riflessione, questo passaggio rischia di restituirci una realtà identica a quella pre pandemica, non solo nei suoi pregi - la libertà, i contatti, la felicità della condivisione - ma anche nei suoi difetti che speravamo superati. E così Milano torna attaccata al clacson.

Il detto antico "Homo homini lupus" ("l'uomo è lupo all'uomo") torna in mente ogni volta che si tenta di attraversare una città già tornata ad abituarsi a quel perenne conflitto per sopravvivere alla giornata. Colonne di auto per raggiungere gli uffici, automobilisti incattiviti che suonano senza remore, traffico, inquinamento, frenesia e rabbia, tanta rabbia. Quelli che si sperava fossero brutti sogni appartenenti alla nostra 'infanzia' ignara del covid sono tornati a popolare, più vivi che mai, la quotidianità dei milanesi. Milanesi frettolosi per Dna e quindi anche nel ritornare alla normalità, ma che se cedono a questa urgenza senza sforzarsi di fare un passo indietro, rischiano di buttare via con l'acqua sporca di questo orribile virus anche il cambiamento-bambino che vi era dentro.

A marzo 2020 vi avevamo parlato del nuovo volto che la città aveva assunto per far fronte a un'epidemia appena scoppiata. La parola 'covid', che nessuno di noi potrà scordare mai, si era insinuata per la prima volta nei nostri dialoghi, la paura di cosa sarebbe potuto succedere si alternava in modo schizofrenico a un cieco ottimismo, le tute bianche dei sanitari, a cui ormai abbiamo fatto l'abitudine, ci spaventavano ancora rendendoci preda dell'ansia. Ma già all'epoca ci si rendeva conto che la pandemia aveva in sé anche un seme buono e costringendoci a fermarci ci aveva dato il tempo di pensare e ripensare ai modelli che davamo per eterni e agli stili di vita che non immaginavamo diversi. Lo smart working aveva restituito a molti (fortunati) cittadini il tempo da dedicare ai propri cari, ma ancha a se stessi e 'all'otium' (nel senso che gli attribuivano gli antichi, ovvero quello della cura, della contemplazione e dello studio). Lo stress legato ai continui spostamenti tra centro e periferie si era ridotto di pari passo con le polveri sottili che erano rientrate (temporanemante) nei limiti di legge. I cambiamenti per fortuna hanno riguardato anche l'assetto della città, che si è arricchita di piste ciclabili, zone pedonali, déhor che ampliano gli spazi dedicati alla socializzazione (e che si spera rimangano sempre).

La fretta, si diceva, è cattiva consigliera e se la si asseconda il ritorno ai mali del passato pre pandemico è assicurato. Molte multinazionali con sede a Milano hanno già stabilito che la modalità di lavoro del futuro sarà il cosiddetto 'new normal' (ve ne abbiamo parlato qui), ma molte realtà di medie e piccole dimensioni stanno invece cedendo alla tentazione di tornare al cinque su cinque in ufficio replicando il sistema che già utilizzavano in passato senza curarsi delle potenzialità che lo smart working ha dimostrato di avere sia per le aziende sia per i dipendenti, oltre che per l'ambiente. Il déjà vu rischia di verificarsi anche sul fronte degli orari, l'intelligente trovata di scaglionarli che era stata adottata per non saturare i mezzi alla vigilia della riapertura delle scuole è ormai un pallido ricordo dei mesi scorsi, come se i tempi della produzione fossero un dogma impossibile da mettere in discussione. Un altro lapsus riguarda gli spazi urbani verdi che nonostante - parola di Cnr - siano fondamentali per la qualità della vita dei cittadini, non vedono un ruolo da protagonisti nella progettazione del futuro di Milano. Ci sono sì piani di riforestazione e orti urbani, ma anche nella visione del riscoperto alleato dei Verdi sindaco Sala manca una visione a lungo termine che metta al centro la natura in città. E così Milano rischia di tornare quella di prima, piena di cemento, sempre in coda e attaccata al clacson.

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