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Divieto di sci a Natale 2020 in Lombardia, la "rivolta" di sindaci e Regione

Le voci dicono che il Governo si preparerebbe a rimandare la riapertura degli impianti sciistici

La prospettiva delle piste da sci chiuse per le vacanze di Natale non piace ai politici del Nord Italia. Che scendono in campo per protestare contro la possibile strategia del Governo in vista del periodo natalizio. L'idea su cui lavora Palazzo Chigi è quella di consentire l'apertura degli impianti a partire da fine gennaio, non prima, per prevenire le "vacanze sulla neve" e i conseguenti assembramenti.

Si vorrebbe in pratica evitare il "liberi tutti" di Ferragosto, con discoteche, ristoranti, bar e spiagge aperte. Un "liberi tutti" tra i principali imputati del riacuirsi della pandemia di Covid a partire da settembre. Ma la strategia di limitare lo sci e gli altri sport invernali e, di conseguenza, le vacanze in montagna ha fatto sobbalzare dalla sedia più d'un assessore in tutto il Nord del Paese.

"Tenere chiusi gli impianti sciistici vuol dire fare fallire l'economia della montagna", reagiscono Davide Caparini e Massimo Sertori, assessori al bilancio e alla montagna di Regione Lombardia, entrambi leghisti, secondo cui lo stop sarebbe «una scelta scellerata, incomprensibile, da parte di un Governo disorientato".

"La scelta del Governo di tenere chiusi gli impianti sciistici potrebbe rappresentare la pietra tombale per l’economia di interi territori di una vasta area italiana. Una decisione che, se confermata, non ascolta il grido d’allarme di migliaia di operatori della montagna: per non parlare dell’indotto del turismo, dalle strutture ricettive alla ristorazione e sino a tutte quelle aziende di abbigliamento, attrezzature sportive e accessori che hanno nella stagione bianca il loro mercato di riferimento". E’ questo il commento di Lara Magoni, assessore regionale al Turismo ed ella stessa ex sciatrice alpina professionista.

"Il Governo, tra l’altro, non sta tenendo conto della programmazione degli altri Paesi confinanti dell’arco alpino: a Natale magari si potrà sciare in Svizzera e in Austria, mentre pochi chilometri di qua del confine, in Italia, tutto potrebbe essere mestamente chiuso. Una vera e propria ingiustizia. A maggior ragione dopo che la Conferenza delle Regioni ha approvato questa mattina le linee guida per l'utilizzo degli impianti di risalita in totale sicurezza. Per decisioni di tale portata, che coinvolgono il destino di un intero comparto produttivo, sarebbe fondamentale una condivisione a livello europeo, con strategie comuni, che tengano in considerazione l’emergenza epidemiologica e le esigenze del mondo della montagna. Una condivisione che il Governo Conte non ha minimamente preso in considerazione", conclude Magoni.

Gli assessori sottolineano che, a Natale, si potrà sciare in Svizzera, in Austria e in Francia ma, se la strategia di Conte dovesse concretizzarsi, "da questa parte delle Alpi dovrà essere tutto chiuso». "Le Regioni hanno approvato le linee guida per l'utilizzo degli impianti di risalita per sciatori amatoriali in massima sicureezza", notano Caparini e Sertori: "Protocolli pensati pere i diversi scenari. Dato che gli addetti del turismo della montagna devono programmare la stagione, pretendiamo che il Governo riveda questa decisione".

"Prima la salute ma, se il Paese riapre, non si demonizzi lo sci"

Tutto il mondo dello sci, dai gestori delle funivie ai maestri, è in subbuglio, così come gli amministratori locali dei Comuni e delle Comuntà montane che "vivono" di vacanze sulla neve. Valeria Ghezzi, presidente dell'associazione degli operatori funiviari (Anef), sottolinea per esempio che lo sci è uno sport all'aria aperta, "per sua natura distanziato", e che l'unica cosa a cui pensare è «gestire la distanza nei punti di partenza delle cabinovie», ma aggiunge che "se il Paese e i pronto soccorso sono in affanno, noi non pretendiamo che si vada a sciare, perché la salute viene prima di tutto. Ma se il Paese riapre, in qualsiasi modo riapra, lo sci non è da demonizzare". L'industria sciistica vale 120mila posti di lavoro; nel settore impianti, i due terzi dei lavoratori sono stagionali ricorrenti senza tutele come la cassa integrazione. 

 

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