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"Scuole siano aperte per i figli degli operatori sanitari": la lettera dalle corsie anti covid

Scuole chiuse per tutti, anche per i figli dei camici bianchi, che fanno sentire la loro voce

Si sentono "abbandonati", di nuovo. Sono in difficoltà, ancora una volta. Avrebbero gradito un aiuto e invece, per l'ennesima volta, dovranno vedersela da sola. Sono gli operatori sanitari della Lombardia che da un anno ormai combattono contro il covid e che da questa settimana avranno un altro problema da affrontare: la chiusura delle scuole. 

Con il passaggio in zona arancione rafforzata, infatti, in regione è stata disposta la didattica a distanza per tutti gli studenti, tranne che per gli asili. Inizialmente era stata concessa una deroga per i figli proprio degli operatori sanitari e dai "lavoratori indispensabili", che chiaramente non possono lavorare in smart working. L'8 marzo, però, è arrivata la marcia indietro: niente scuola in presenza neanche per loro. 

Così, dalla sera alla mattina, medici, infermieri e operatori si sono ritrovati a dover gestire anche i loro figli, rimasti da soli a casa. Per questo, per chiedere che le classi vengano aperte anche a loro - come già accade per gli studenti con disabilità - nelle scorse ore è partita una raccolta firme spontaneo che ha già registrato un migliaio di adesioni. 

Qui la raccolta firme degli operatori sanitari
 
"Siamo medici, operatori sanitari e soprattutto genitori che lavorano presso alcune aziende ospedaliere della Regione Lombardia impegnate nel fronteggiare la pandemia covid, che proprio in questi giorni ci sta investendo con una nuova ondata", si legge nella lettera indirizzata al governo, al Pirellone e al sindaco di Milano, Beppe Sala. 

"Vorremmo portare alla vostra attenzione la situazione di difficoltà e di abbandono in cui nuovamente, dopo un lungo anno di battaglie e di abnegazione, ci troviamo a vivere. Giovedì 4 marzo ci siamo trovati all’improvviso privati della possibilità di mandare i nostri figli a scuola. Dopo una iniziale decisione di prosecuzione della didattica in presenza per i figli di noi operatori sanitari, in data 8 marzo abbiamo appreso con sgomento che questa decisione è stata ritrattata, con effetto immediato", hanno ricostruito i promotori dell'iniziativa.

"Pur ritenendo che in una società civile il diritto dovere all'istruzione e all'educazione sia una priorità per chiunque, non vogliamo entrare nel merito della decisione di sospendere le attività scolastiche in presenza. Tuttavia, consapevoli dei problemi e delle difficoltà che questo comporta per le famiglie tutte, ci preme sottolineare che l'intempestiva revoca della possibilità di rientro a scuola per i nostri figli mette a rischio, in un momento nuovamente così delicato come quello che stiamo vivendo, la nostra presenza continuativa sul campo, come operatori sanitari impegnati in prima linea", hanno sottolineato. 

La domanda di fondo è chiara: le famiglie che non hanno parenti vicini a cui lasciare i figli o che non possono permettersi una baby sitter, come faranno? Medici e infermieri prenderanno ferie per restare insieme ai propri bimbi a casa? È un lusso che la Lombardia può permettersi in questo momento? 

"Pertanto - hanno concluso i camici bianchi - domandiamo che venga riconsiderata la possibilità di far accedere alla didattica in presenza i figli del personale sanitario che presta servizio nella gestione dell'epidemia covid, come inizialmente deciso". 

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