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Il "fallimento delle Usca": le squadre di "medici porta a porta" sono 55, dovevano essere 200

La denuncia del Pd Milano: "In Lombardia attivate solo 55 Usca su 200 e con ritardo"

Meno della metà, molto meno. Quasi un quarto del "progetto" iniziale. Il partito democratico di Milano ha denunciato martedì pomeriggio il "flop dell'assistenza domiciliare in Lombardia" fornendo i numeri sulle Usca, le "unità speciali di continuità assistenziale" create nel pieno dell'emergenza coronavirus affinché curassero a domicilio i pazienti covid o i presunti positivi non ancora sottoposti a tampone. 

"Regione Lombardia ha trascurato la sanità di territorio? Sì, e lo testimoniano anche i numeri sulle Unità speciali di continuità assistenziale - si legge in una nota diffusa da Silvia Roggiani, segretaria metropolitana dei Dem -. Le Usca sono nate per offrire una gestione domiciliare ai pazienti, lavorando a supporto e in stretto contatto con i medici di base. Avrebbero dovuto essere, in tutta la Lombardia, 200 ma ne sono state attivate solo 55, con molto ritardo".

"La sanità lombarda non è stata in grado di affrontare l'emergenza covid anche perché non è organizzata per vincere la battaglia sul territorio. È necessario riformare il sistema sanitario, a partire dalla legge 23, meglio conosciuta come riforma Maroni, che ha puntato tutto sugli ospedali indebolendo la medicina di territorio - hanno sottolineato i democratici -. La sperimentazione di questo modello voluto dalla giunta precedente e proseguito da Fontana andrà in scadenza a fine anno. Per noi, con la gestione della pandemia, se ne è decretato il fallimento: lavoriamo per un’alternativa che metta al centro il paziente e la sua salute, a partire da un vero potenziamento della sanità territoriale". 

Il "fallimento" Usca già ad aprile

Il caso Usca, in effetti, era già stato sollevato a metà aprile in una lettera che pltre cento sindaci della città metropolitana di Milano - tra civici, esponenti di centrosinistra e di centrodestra, Lega esclusa - aveva inviato al direttore generale di Ats Milano, Walter Bergamaschi, e all'assessore Giulio Gallera per chiedere "un potenziamento della rete di sorveglianza territoriale" come arma, fondamentale, per contenere l'emergenza coronavirus.

"Regione Lombardia ha previsto, attraverso la delibera 2986 del 23 marzo 2020, l’istituzione di Unità Speciali di Continuità Assistenziale nel quadro di una sorveglianza sindromica in grado di coprire almeno il 4% della popolazione di ogni distretto. Considerando che ogni Usca può gestire di norma 20 accessi domiciliari nelle 12 ore, alla luce della popolazione residente, nella Città Metropolitana di Milano dovrebbero essere operative 65 Usca, mentre risulta che - per tutta l’Ats di Milano (comprendente anche Lodi) - ne siano state attivate solamente 8 alla data del 3 aprile", avevano messo nero su bianco gli amministratori locali, tra cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, in testa.

"È del tutto evidente che, con questi rapporti ogni Unità dovrebbe farsi carico di bacini di oltre 400.000 persone, rendendo di fatto inattuabile la fondamentale sorveglianza territoriale che l’epidemia da covid-19 richiede. Più in dettaglio, infatti, riducendo la platea dei pazienti interessati ai soli positivi secondo gli ultimi numeri forniti da Ats, ogni Usca dovrebbe monitorare addirittura 1.600 casi", avevano proseguito. 

E ancora, altro problema sottolineato all'epoca: "Molto spesso i medici di medicina generale trovano poco chiare le modalità di attivazione e, quando le Usca vengono rese operative, gli interventi non sono tempestivi e spesso non se ne riceve nessun tipo di riscontro. Questo quadro - concludeva la lettera - denota da un lato la grande fatica di tutto il sistema di sorveglianza sul territorio, dall’altro il suo inadeguato livello di coordinamento". 
 

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