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Foto EPA/Szilard Koszticsak

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«Fermare le vaccinazioni è un errore che farà molti morti», ha detto Galli

Limitazioni in vista per J&J mentre negli Usa slitta la decisione e il vaccino rimane sospeso. Galli (Sacco): «Ma se limitiamo troppo, rallentiamo immunizzazione e riaperture»

Se si deciderà di restringere le somministrazioni del vaccino anti covid di Janssen (Johnson & Johnson), le limitazioni siano il più possibile circoscritte, per non rallentare le immunizzazioni. Lo ha detto Massimo Galli, infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, intervenendo alla trasmissione "Agorà" su Rai Tre, giovedì mattina. Il dibattito sul vaccino di Johnson & Johnson è in corso dopo che, negli Stati Uniti, si è deciso di sospenderne l'uso in seguito ad alcuni episodi di trombosi da studiare con attenzione.

Secondo Galli, allargare troppo le restrizioni significherebbe ritardare l'immunizzazione al covid per la popolazione e dunque rallentare la ripresa, le riaperture. "Se, come pare", gli eventi tromboembolici rari "riguardano una particolare fascia d'età e soprattutto il sesso femminile, potrebbero essere date indicazioni togliendo per il momento dalla somministrazione quella fascia d'età e il sesso femminile", ha affermato l'infettivologo: "Questa potrebbe essere la soluzione intermedia più favorevole". Evitando quindi di escludere il vaccino Johnson & Johnson per una larga fascia d'età come avvenuto per Astrazeneca, in Italia sconsigliato agli under 60.

"Si deve accettare il concetto che, nell'ambito di milioni di vaccinati, possono emergere delle 'magagne', chiamiamole così. E queste magagne bisogna capire se sono da vaccino oppure no. E comunque, nella loro dimensione, non devono far cessare una campagna vaccinale la mancata esecuzione della quale certamente si può associare e si assocerà a molti morti", ha aggiunto Galli: "Più limitiamo l'utilizzo di determinati vaccini che erano previsti in senso più ampio, più rallentiamo un processo di vaccinazione dal quale dipende la possibilità vera di riaperture e la soluzione del problema".

Parlando poi di riaperture, Galli ha affermato che l'orizzonte di maggio è plausibile, "avendo il vaccino e la fiducia della gente", ha precisato: "Siamo meno bravi e siamo stati meno previdenti di altri Paesi sotto una serie di aspetti, ma si può fare. E' ora di avere anche un pochino di carota e non solo di bastone. Se in Israele l'hanno fatto, se in altre parti lo stanno facendo con una certa rapidità, vuol dire che si può fare. Però, se si aprono le scuole in questo momento, ritarderemo il processo".

Stati Uniti: rimandata decisione definitiva su J&J

Negli Stati Uniti, intanto, un comitato consultivo del Center for Disease Control and Prevention (Cdc) ha rinviato di almeno una settimana, forse due, la decisione sul vaccino J&J dopo che si sono verificati rari casi di trombosi tra alcuni destinatari del vaccino: resta quindi in vigore per il momento la raccomandazione del governo federale di sospendere l'uso del vaccino. Il comitato ha infatti dichiarato di non avere ancora informazioni sufficienti sul rischio di questi rari effetti collaterali per determinare una decisione se il vaccino debba essere ancora somministrato, interrotto o raccomandato solo per determinati gruppi della popolazione.

I casi riguardano sei donne tra i 18 e i 48 anni. Una di 45 anni è deceduta, altre tre sono ancora in ospedale (due in terapia intensiva) e le ultime due sono state dimesse. Il comitato ha affermato di avere bisogno di tempo per esaminare compiutamente i dati clinici raccolti sulle pazienti e saperne di più sulle trombosi sviluppate. Negli Stati Uniti sono state somministrate oltre sette milioni e 200 mila dosi di J&J di cui un milione e mezzo a donne tra i 18 e i 50 anni. Quasi tre milioni e 800 mila dosi sono state somministrate dopo il 30 marzo, il che significa che potrebbero venire alla luce altri casi di sviluppo di coaguli. Ma i responsabili della vaccinazione nel Paese non sono preoccupati: le scorte di Pfizer e Moderna (28 milioni di dosi solo nell'ultima settimana) sono al momento sufficienti per non interrompere la campagna, che prevede la somministrazione di 200 milioni di dosi entro i primi cento giorni del mandato del nuovo presidente Joe Biden.

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