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Giulia, dottoressa specializzanda a Milano, in missione africana per salvare vite

La dottoressa Garelli è stata tra i 3 giovani selezionati dal professor Bruno Frea per una missione di volontariato medico al North Kinangop Catholic Hospital, l’ospedale del Kenya centrale dove vive una comune di centinaia di persone

«Anche se non sempre è giusto a e volte è anche una fregatura, se posso fare qualcosa per qualcuno mi sento in dovere di farla. Penso sempre: perché no? Per me è una cosa naturale fare volontariato». A parlare è Giulia Garelli, 30 anni, specializzanda in Urologia all’ospedale Luigi Sacco di Milano. C’è anche lei tra i 3 giovani selezionati dal professor Bruno Frea per una missione di volontariato medico, che si è svolta nei giorni scorsi, al North Kinangop Catholic Hospital, l’ospedale del Kenya centrale dove vive una comune di centinaia di persone.

Quella di gennaio è stata la sua prima esperienza in Kenya, ma non la prima volta al servizio dei più fragili. Giulia, che 3 anni fa si è laureata in medicina a Torino, nella sua città è sempre stata impegnata nel volontariato: al Cottolengo con i disabili per i quali faceva animazione, con gli anziani per aiutarli nelle difficoltà della vita quotidiana. «Sono cresciuta con l’esempio di mia madre che si è sempre occupata di aiutare gli altri attraverso le associazioni di volontariato, è da quando sono piccola che provo a fare la mia parte per gli altri», racconta a Citynews.

E ci è sempre riuscita bene Giulia, donna e medico premuroso, che non ha mai temuto l’avventura. Zaino in spalla, pieno di acqua e riso, è partita per la Tanzania e l’India. «Ma qui è diverso, sono cresciuta molto professionalmente. Mi sono resa conto di essere in grado di fare diverse cose da sola, mi sento più responsabilizzata, ma ho anche capito quanta strada debba ancora fare», spiega.

Infatti in quel mese passato all’ospedale di North Kinangop, Giulia ha avuto modo di operare casi anche particolari e di farlo in prima linea, seppur sempre sotto la supervisione del professor Frea.

«Qui ho incontrato il mio primo paziente da primo operatore: un uomo di 70 anni con una ipertrofia prostatica, che gli causava difficoltà ad urinare. Gli abbiamo fatto un intervento, che in Italia si fa solo dopo aver provato una terapia farmacologica. Qui i farmaci per lui costavano troppo e così lo abbiamo operato. Quando si è svegliato dall’anestesia, mi ha guardato e mi ha detto “Quite well, quite well”, sono stata felice per aver fatto una piccola differenza nella sua vita», prosegue.

Sebbene ci sia l’esperienza da parte di Giulia nel saper trattare con il prossimo, il confronto con l’umanità per lei è sempre una nuova ricchezza. «Ho trovato una bella comunità di persone disponibili ad aiutarti sempre. I pazienti non banalizzano il nostro lavoro, ci sono grati e se c’è una complicanza l’accettano, come accettano ogni altra difficoltà che la vita gli para davanti. Le barriere, a partire da quelle linguistiche, si superano insieme. La prima cosa che mi porterò in Italia è l’esperienza del nostro gruppo di medici, il lavoro di equipe, l’amicizia. Abbiamo lavorato tanto e in armonia. Tornerò perché qui sono cresciuta un po’ di più», conclude la dottoressa Garelli.

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