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Una stagione quasi senza influenza in Lombardia (e in Italia)

Il temuto effetto di sovrapposizione tra covid e influenza, a oggi, non c'è stato: i numeri dell'Iss parlano di un'incidenza, in Lombardia e in Italia, molto più bassa degli altri anni. E' l'effetto combinato di lockdown, mascherine e vaccini. Che funziona molto meno con il covid

Il temuto effetto di sovrapposizione tra malati covid-19 e quelli d'influenza di tipo A-B-C, a oggi, non c'è stato. Nella settimana dall'1 al 7 febbraio 2021, in Lombardia (9 milioni e 981mila residenti), ci sono stati 398 casi di influenza su quasi 200mila assistiti dai medici di base. L'incidenza totale è di 2,04 casi per 1.000 assistiti. Gli ultra 65enni che hanno affrontato il più classico dei malanni invernali sono stati appena 44, secondo i numeri forniti dai dottori di medicina generale. Non solo. Nelle ultime 17 settimane di osservazione, in Lombardia, non si è mai superata un'incidenza di 3,16 casi per 1.000 assistiti. Marginalmente colpiti i bambini: 56 casi tra 0-4 anni, 67 tra 4-15 negli ultimi 7 giorni.

I numeri sono forniti dall'ultimo bollettino Influnet dell'Iss (Istituto superiore di sanità). E il grafico sottostante, riferito ai numeri nazionali, è ancora più impressionante. In comparazione, ci sono tutte le ultime stagioni influenzali, dal 2004/2005 a quest'anno, monitorate dal sistema di sorveglianza integrata dell'Iss. La linea rossa in grassetto rappresenta il 2020/2021. Com'è possibile notare, non c'è alcun picco e i casi rimangono molto bassi se paragonati a quelli degli scorsi anni. 

Infuenza linea rossa-2

Perchè l'influenza (finora) non ha colpito

Le motivazioni sono molteplici. Anche, e soprattutto, "grazie" al covid. Nel mondo drammaticamente riplasmato dalla pandemia, i dispositivi di protezione individuale (le mascherine) e il distanziamento sociale hanno contribuito ad abbattere i contagi della "vecchia" influenza. Lo si era già visto dai dati provenienti dai Paesi dell'emisfero antiboreale. La campagna vaccinale, sebbene sia stata a tratti claudicante in Lombardia, ha portato una copertura superiore rispetto a quella degli anni passati in tutt'Italia. E i lockdown hanno drasticamente ridotto il numero di persone circolanti, per lavoro, svago o scuola, abbassando le possibilità di contrarre questa malattia infettiva su autobus, metro, treni o all'interno di locali e ristoranti. L'azione combinata vaccino-protezione a bocca e naso si sta rivelando bastevole per fermare i ceppi dell'influenza stagionale, il cui indice R0 (erre con zero) è stimato tra 0,9 e 2,1. Ovvero: il numero di riproduzione di base che indica quante persone possono essere contagiate da un individuo infetto in una popolazione mai venuta a contatto con il nuovo patogeno.

Casi per mille assistiti-2

Con il covid-19, purtroppo, è un'altra storia

Il Sars-Cov-2 gioca un'altra partita. Innanzitutto è un virus molto più contagioso: l'R0 è stimato essere tra 1,4 e 3,8, e si teme che le varianti emerse possano esserlo ancora di più. Il valore medio ha una forbice ben superiore a quella dell'influenza. Si avvicina infatti a quello della temibile Sars (Sindrome respiratoria acuta grave) del 2003 che ebbe un tasso di letalità del 9.3%. Ed è dunque più semplice essere contagiati. Le zone rosse, le chiusure mirate, riducono il numero di contagi, ma non li abbattono. E' stato studiato come, in ambiente chiuso, persone che rimangono nella stessa stanza per molte ore rischiano di infettarsi anche indossando le Ffp1. La somministrazione dei vaccini approvati sta procedendo a rilento, in regione come nel resto d'Europa; sebbene i sieri abbiano efficacia altissima e dimostrata nell'eradicare ospedalizzazioni e decessi, non è ancora completamente noto se fermino anche la trasmissione del patogeno.

In Lombardia alta letalità

Il quadro mostra come i danni da covid siano in pieno divenire. Specialmente in Lombardia. Secondo l'Iss, la letalità in Italia nella seconda fase dell’epidemia è del 2,4%, più bassa rispetto a quella della prima fase durante la quale però l’accessibilità rallentata ai test diagnostici e la diversa distribuzione geografica dei casi potrebbero aver fornito un dato distorto. Il calcolo è contenuto in un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità appena pubblicato, dove sono presentate anche le stime a livello regionale e in riferimento alle diverse fasi dell’epidemia, da cui emerge che le differenze tra regioni appaiono meno evidenti alla luce delle differenze della struttura demografica e della diffusione dell’epidemia nel tempo. Secondo il report tra i casi confermati diagnosticati fino a ottobre, la percentuale di decessi standardizzata per sesso ed età (il cosiddetto ‘Case Fatality Rate o Cfr) è stata complessivamente del 4,3%, con appunto ampie variazioni nelle diverse fasi dell’epidemia: 6,6% durante la prima fase (febbraio-maggio, 1,5% nella seconda fase (giugno-settembre) e 2,4% tra i casi diagnosticati nel mese di ottobre.

Lo studio è stato condotto utilizzando il database dei casi covid-19 confermati con test molecolare e notificati al sistema di sorveglianza da inizio epidemia (20 febbraio 2020) al 31 Ottobre 2020 dalle regioni/PA. In particolare, sono stati conteggiati i decessi avvenuti entro 30 giorni dalla diagnosi, e il Cfr è stato calcolato standardizzando i tassi per tener conto delle differenze regionali nella struttura demografica della casistica.

Il Cfr standardizzato presenta una variabilità a livello regionale, con i più alti valori osservati in Lombardia (5,7%) ed Emilia-Romagna (5,0%), mentre i livelli più bassi sono stati osservati in Umbria (2,3%) e Molise (2,4%). “Nell’interpretare le differenze regionali di CFR è importante tenere in considerazione la tempistica con cui l’epidemia si è manifestata nei diversi ambiti territoriali. L’epidemia ha colpito prevalentemente l’area settentrionale del Paese durante la prima ondata (febbraio-maggio), per poi estendersi più diffusamente sull’intero territorio nazionale nelle fasi successive - si legge nel documento -. Questa disparità nella distribuzione dei casi nel tempo potrebbe spiegare parte delle differenze del CFR regionale riferite all’intero periodo esaminato”. 

Il covid non è un'influenza, e la cruda freddezza dei grafici lo ricorda per l'ennesima volta. 

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