Se la gente insulta una mamma di colore "di sicuro è una stronz**a che ci siamo inventati"

Editoriale - SondrioToday ha raccontato di alcune testimonianze. Le autorità sanitarie non hanno smentito. Ma in migliaia non ci credono: semplicemente, "non può essere" che qualcuno insulti una mamma di colore che ha perso una figlia. Piccola cronaca di come un dramma nel dramma svisceri, ancora una volta, il peggio di noi

Mentre scorrevano in streaming le immagini della strage di Nizza, tre anni fa, una cosa mi colpì molto, oltre alla portata della sciagura: le persone che non ci credevano. Le telecamere fisse di tv e siti inquadravano il furgone crivellato di colpi, il sangue a terra, le vittime pietosamente pixellate in un video amatoriale che girava su Twitter. Eppure, per molti, decine, anzi, centinaia di spettatori, questo non bastava. Per loro era impossibile che fosse accaduta una cosa del genere. Ricordo distintamente un live di France 2 dove a frotte commentavano "ecco l'ennesima sceneggiata", "non vedo paura sul volto della gente", "è un set televisivo" e altre assurde sciocchezze. Non era un unico imbecille: erano tanti, tanti imbecilli, uomini e donne. L'anno dopo l'attacco terroristico sulla Rambla. Ci feci caso: stessa dinamica, stessi commenti mostruosi al fatto.  

Quando la realtà supera i peggiori incubi, il meccanismo di difesa è molto semplice: non crederci. Come è possibile che degli attentatori prendano in scacco una città iper presidata come Parigi? Com'è possibile che un uomo riesca a piazzare una bomba all'arrivo della maratona di Boston, luogo controllatissimo dalla polizia? Facile: sono cose mai avvenute, ragiona la mente umana impaurita. In fondo, siamo in era cibernetica, in era deepfake, tutto può essere fasullo. Semplificando molto, il "ragionamento motivato" è "una tendenza naturale che porta a selezionare le informazioni che riceviamo in modo che corrispondano alle nostre convinzioni, mentre vengono scartate come poco affidabili o credibili le informazioni dissonanti". I meccanismi sono sviscerati con dovizia di particolari in questo articolo dell'American Psychological Association​ di Kirsten Weir.

E tanto più i fatti sono vicini a noi, o meglio, tra noi, tanto più il fenomeno si ingigantisce. Sabato, a Sondrio, una donna ha perso la figlia di 5 mesi. E' una giovane nigeriana. SondrioToday riporta la vicenda in modo asettico, come fanno altri giornali locali. Poi accade qualcosa. Una fonte fidata segnala al nostro giornalista Marco Alberti dei commenti irripetibili in sala d'aspetto: le urla di un dolore così profondo e squarciante da essere indescrivibile "danno fastidio". Qualcuno sussurra che si tratti di un "rito vodoo"; c'è chi dà della "scimmia". Solo una volta conosciuta la vera natura della disperazione i commenti si appiattiscono. La cosa inizia a girare il giorno dopo sui social nei gruppi legati ai lavoratori ospedalieri; Marco cerca conferme, lavora tutto il giorno di buona lena per sentire altre testimonianze che hanno esito positivo. Viene ascoltato anche l'ospedale: le autorità sanitarie affermano che la giovane madre ha avuto e avrà tutto il sostegno psicologico e medico possibile per affrontare il dramma, ma non possono smentire cosa è avvenuto in sala d'aspetto.

Ne parliamo, ci confrontiamo. Penso sia una cosa da raccontare. Marco scrive un articolo. Davvero siamo così bestie? Davvero non abbiamo la forza di tacere nemmeno di fronte a una tale vastità di sofferenza? Il pezzo è online. Prima su SondrioToday, poi sulla fanpage di MilanoToday. L'articolo supera le 300mila visite. I post su Fb sulle nostre fanpage hanno oltre 1.200 condivisioni e migliaia di commenti. E più della metà è di gente che non ci crede. Così, a prescindere. Me li leggo tutti: tutti sono così informati, vedo, immagino che tra questi potrebbe essercene qualcuno importante per la storia. Magari molti utenti non ci credono perchè hanno fatto un lavoro d'indagine più approfondito? Non ci credono perchè ci sono altre testimonianze che smentiscono le prime? Non ci credono perchè erano presenti in sala d'aspetto? No, non ci credono "perchè non può essere". Occhio non vede, cuore non duole. C'è chi dice che il fatto non è mai avvenuto "perchè non c'è sugli altri giornali"; perchè "non è possibile che succeda a Sondrio"; altri ancora tirano in ballo le "uova contro Daisy"; altri, poi, nelle mail, ci insultano, "giornalai", "pennivendoli", "ridicoli", "scrivete stronzate", "venderebbero la madre per fare view", "clikbaiting", "spazzatura". Una "privata cittadina" ci manda una prolissa e delirante mail dove, incredula, chiede una sorta di commissione d'inchiesta sull'accaduto perchè la notizia "è difficilmente fondata".

La vicenda, il giorno successivo, ha rilevanza nazionale, viene citata un po' ovunque: il tenore sugli altri media è identico. Siamo "bufalari", ci inventiamo le cose. Ci viene continuamente linkato un pezzo di Adnkronos dove i carabinieri informano "che non c'è stato alcun insulto" poichè "non sono state presentate denunce". Ma l'articolo non solo non è aggiornato, ma ha un titolo in malafede. La denuncia è stata presentata eccome e i militari negano che vi siano stati insulti "in una stanza", non possono saperlo "per tutte le altre". Open, poi, porta un'altra testimonianza che conferma in tutto e per tutto la prima. Tutto questo non basta: gli insulti arrivano a vangate. Una lettrice, ciecamente infervorata, pur messa di fronte alle evidenze, ci ha scritto che "lei non ci crede poichè il sindaco ha detto che Sondrio non è razzista". 

Nessuno, tra gli arguti commentatori, ha cercato di immedesimarsi nelle persone in sala d'aspetto: già sofferenti, per sè o per un proprio caro, magari in attesa da ore per qualcosa di poco conto. Può scappare una parola. Siamo essere umani. Quello che è meno comprensibile è l'insulto sudiciamente razzista, barbaro, quel "sarà un rito vodoo". Ma a Sondrio, anno domini 2019, se qualcuno lo ascolta, deve metterlo sotto al tappeto. Se lo raccontiamo, ci stiamo inventando tutto di sicuro. E forse questo è ancora più inquietante, scuro, orrendo, di un'imprecazione sussurrata a mezza bocca. Così assuefatti al nostro malessere che lo trucchiamo da mondo fatato. Anche se, con il cerone, rimane sempre lì, a guardarci, e a dirci quanto a volte possiamo essere brutti e squallidi. 

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