Domenica, 25 Luglio 2021
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Tobagi, il fratello di De Stefano rompe il silenzio: “Manfredi fu usato, riaprite il caso”

L'intervista

De Stefano

Borsellino, Pier Paolo Pasolini, Dalla Chiesa, Moro, Tobagi. La lista delle vittime del terrorismo e delle stragi in Italia è lunghissima. Il ricordo nei giorni scorsi del giudice Borsellino (il 19 luglio ricorreva l’anniversario della sua morte) ha riacceso l’attenzione sulle tematiche dell’Italia “violenta” di quegli anni. E il fratello di uno dei protagonisti dell’epoca, Antonello De Stefano, in occasione della recente uscita nelle librerie del suo progetto “Black Market – Vicolo Tobagi” rompe il silenzio chiedendo con forza la “riapertura del caso” del giornalista assassinato a Milano il 28 maggio del 1980.

Antonello De Stefano nel suo lavoro, supportato da documenti e ricerche, compie una ricostruzione politica “diversa” degli anni Settanta e, tratteggiando quel periodo storico bagnato di sangue lo scrittore, individua “delle zone d’ombra che a suo dire meriterebbero ulteriori indagini per essere chiarite”. Nella prefazione lo storico e uomo politico Giulio Saraceni, già fondatore dei Pescatori di Pace con Lorenzo Damiano, parla del libro come di “una reazione” di De Stefano ad una storia personale che lo ha portato a realizzare una ricerca “quasi pedante, filologica, archivistica” in cui “sente la necessità di pensare al futuro e ai giovani che lo vivranno”.

Perchè questo libro? Quale necessità ti ha spinto a scriverlo o quale urgenza, alla luce di tutte le ricerche e approfondimenti fatti già fino ad oggi sul caso Tobagi?
“Questo libro rappresenta per me un urlo ed è rivolto ai giovani per aiutarli a comprendere. Dopo molti anni, in cui zone di insoddisfazione a riguardo della ricostruzione storica giacevano in sospeso, ho raggiunto una maturità di sguardo sufficiente ad affrontare un capitolo complesso. Ho iniziato guardando al percorso di mio fratello, da ciò che meglio conoscevo. Ho cercato di capire le ragioni della sua morte in carcere. È l'analisi di una strategia volta ad azzerare ogni forma di dialettica e di ricerca della verità. Lo sguardo maturo racconta quello che incontra, nel faticoso studio, per avvicinare il momento della necessaria riapertura del caso”.

Le figure chiave di quel periodo, gli attori della vicenda. Alla luce delle tue ricerche, chi muoveva le fila di tutto quanto? E cosa si voleva nascondere?
“Il campo di forza in analisi è governato da una regia unitaria, sistematica e militarizzata. Un terreno profondamente dialettico, per ragioni di equilibrio di ì alleanza "atlantica", andava stabilizzato con forme di creato allarme alla convivenza democratica. Logge di potere come la P2 di Licio Gelli e le èlite di intelligence furono coinvolte a vari livelli. Un fil rouge sembra collegare queste politiche alla morte di personaggi eccellenti. Penso a Tobagi, ma anche a Moro, Pasolini, Dalla Chiesa”.

Chi mente? Chi può finalmente rivelare la verità sul caso? E' possibile avere la verità oggi o resterà un'utopia?
“La visione e lo studio dei documenti, presenta uno iato tra risultanza storica e verità giuridica. Solo la riapertura del caso può analizzare le "aree di mezzo" con un contributo più corposo, approfondito e aperto al confronto di prospettiva, dei protagonisti e testimoni del tempo. In molti possono dire la loro e contribuire a far luce: gli appartenenti alla banda, o piuttosto chi nelle forze dell’ordine e nella magistratura ebbe accesso al caso”.

La figura di tuo fratello. Ce la puoi raccontare? I tuoi ricordi con lui?
“Mio fratello? Un guerriero autentico. Incarnò “Ippo” dopo un lungo percorso di disagio a riguardo dei ruoli che la lotta armata comportava, e scelse con l'anima di stare da una parte. Morì in piedi, rielaborando con dignità un percorso di esistenza”.

Come hai vissuto tu la vicenda all'epoca?
“Avevo 19 anni, maturità artistica conclusa, entro in Accademia a Brera. Mi mantenevo lavorando al mercato ortofrutticolo di Milano e vendendo qualche qualche ritratto a carboncino. Vedevo i morti in piazza. Le camionette e i poliziotti in borghese scendere ed infiltrarsi nelle piazze. Coltivavo il sogno artistico, ma chiamato al dovere di "classe", ho preso posizione e, a costo di finire in carcere, ho contribuito alla lotta. Imparando solo più tardi, tutte le implicazioni e le motivazioni che si nascondevano nella stanza dei bottoni dell’epoca”.

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