Cinema Mexico, il gioiello milanese che resiste: "E' la fine del mondo, ma stiamo in piedi"

Da 40 anni, nel monoschermo di via Savona, si alternano capolavori d'essai alle pellicole musicali. Il patron Sancassani: "Ricordo il primo Rocky Horror Picture Show con Bisio. Dopo 40 anni, solo il covid ci ha fermato. Sono commosso dai messaggi d'affetto"

Antonio Sancassani (foto Reali)

“Se puoi sognarlo, puoi farlo. Ricorda sempre che questa intera avventura è partita da un topolino”, disse Walt Disney. L'avventura di Antonio Sancassani, storico patron del cinema Mexico di via Savona 57 a Milano, è partita da un'emozione, che non è mai svanita. “Quando si spengono le luci in sala, pochi istanti prima che inizi il film, mi sento proiettare in una dimensione lontana dove tutto è possibile. Anche fare un viaggio nel tempo e nello spazio. E mi ritrovo ragazzino al cinema di Bellagio, dove sono cresciuto e dove ancora oggi ho la casa di famiglia. Una cosa struggente”, racconta.

Il Mexico, un gioiello a Milano

Sancassani è una vera istituzione del capoluogo lombardo e il Mexico, una delle ultime sale monoschermo meneghine, è un baluardo di resistenza culturale in un quartiere (zona Tortona) che negli anni è diventato sempre più modaiolo. Da quarant'anni (si festeggiano nel 2021) il marchio di fabbrica del Mexico è il Rocky Horror Picture Show, un magico mix di cinema, teatro e cosplay. Ma in generale qui si vengono a vedere film indipendenti, opere prime, pellicole in lingua originale, documentari, lungometraggi snobbati dalle grandi distribuzioni. Come “Il Vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti. Un piccolo gioiello che nessuno avrebbe visto se non fosse stato per Sancassani. E ci ha creduto così tanto che al Mexico è rimasto in programmazione per due anni. “E sono successe cose incredibili. Con un effetto tam-tam travolgente ha riempito la sala data dopo data. Migliaia di persone lo hanno apprezzato”, spiega.

Sono soddisfazioni quando si cambia il corso della storia. Per Giorgio Diritti la caparbietà e la fiducia di Sancassani hanno significato traghettarsi verso la seconda pellicola “L'uomo che verrà” che ha vinto nel 2010 il David di Donatello come miglior film e ha ottenuto tanti altri riconoscimenti. Ma la prima storia che Sancassani ha cambiato è la sua. “Tutto è iniziato a Bellagio. La prima volta che sono entrato nella cabina di proiezione del cinema di paese mi sembrava di essere in una capsula spaziale. Poi quando sono diventato più grande ho preso in gestione quella sala. L'ho anche rimodernata mettendo le poltrone nuove, tranne un gruppetto di quattro in legno che ho lasciato così. Lì si sedeva mio padre, che ho perso troppo presto. Aveva solo 59 anni”, ricorda.

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Alla fine degli anni Settanta Antonio si trasferisce a Milano, una città che vantava un numero altissimo di sale cinematografiche destinate però a chiudere o a diventare “a luci rosse”, a causa dell'avvento delle tv private e del minor interesse delle persone verso il grande schermo. “Io volevo un cinema tutto mio e, a dispetto di tanti che mi davano del matto, ho deciso di affittare il Mexico che stava cessando l'attività. Agli amici dicevo: 'Non mi date consigli perché so sbagliare da solo'. Una cosa giusta l'ho fatta però. Ed è stato rilevare la società Srl che lo gestiva. Sono stato lungimirante perché quando il proprietario dello stabile ha venduto tutto ha dovuto chiedere prima a me che, come titolare di società, avevo il diritto di prelazione. E così me lo sono comprato. Ho speso tutti i soldi che avevo accendendo un mutuo in banca estinguibile in 5 anni. Avevo un'idea forte. Fare i film musicali. Nessuno li proiettava a Milano”, sottolinea.

L'idea della settimana arte "musicale"

Cominciò con Woodstock e proseguì con Jesus Christ Superstar, Tommy, Hair, fino ad arrivare al mitico Rocky Horror. “La prima volta che è uscito questo film è stato nel 1975 al cinema Durini ma non ebbe successo. Invece a me era piaciuto molto. E così l'ho rilanciato due anni dopo al Mexico ed è stato un trionfo”, dice con orgoglio. La svolta però arriva nel 1981 quando Sancassani va a vedere “Saranno famosi” di Alan Parker. In una sequenza di quel film, gli attori protagonisti si danno appuntamento al Rocky Horror Show. L’inquadratura successiva mostra un locale alla periferia di New York con gli sgabelli di legno e i ragazzi che interagiscono con lo schermo. “Ho subito immaginato che tutto questo potesse avvenire al Mexico. Ne ho parlato con diversi amici e sono arrivato a conoscere Claudio Bisio che allora stava studiando alla scuola di recitazione del Piccolo Teatro. Il saggio di fine anno sarebbe stato proprio il Rocky Horror Show. L'ho convinto a recitare nella mia sala un sabato sera. Sono passati 40 anni e non ho mai smesso. Giusto la pandemia mi ha fermato...” dice.

A proposito di questo è notizia di questi giorni che il settore cinematografico da aprile 2020 abbia perso il 93 per cento di fatturato rispetto al 2019. “La cosa che mi fa più arrabbiare è che all'inizio del 2020 c'erano segnali finalmente positivi. La gente stava tornando al cinema e avevamo un'ottima programmazione. E poi è arrivato il coronavirus. Abbiamo chiuso tutto e, sciaguratamente, abbiamo riaperto per poi richiudere di nuovo. Un ulteriore danno. Secondo me bisognava invece restare aperti sempre, seguendo le regole del distanziamento e facendo orari ridotti. E poi diciamolo chiaro... Quante incoerenze nella gestione dell'emergenza. Oggi ci sono le chiese accessibili e i cinema chiusi. Adesso si parla di riaprire le sale a marzo o ad aprile. La fine del mondo. Per fortuna le mura del Mexico sono mie e non devo pagare l'affitto ma ci sono tante spese da sostenere lo stesso. Come stiamo in piedi? Il governo li chiama “ristori”. Ai cinema monoschermo e d'essai danno però le briciole rispetto ai multisala perché i soldi sono proporzionali agli incassi. L'aspetto positivo di questa situazione è che sono stato letteralmente inondato dall'affetto e dalla stima dei frequentatori del cinema. Tanti mi hanno chiesto l'Iban per poter sostenere il Mexico ma io non ho accettato aiuti economici”: Sancassani dunque resiste.

Dalla sua casa di Bellagio mi parla al telefono ricordando le tappe più importanti del suo cinema e mi rivela gli episodi che più lo hanno emozionato: “La prima volta che sono andato in America ero a un evento organizzato da una major per la presentazione di nuovi film. A cena ho chiacchierato con il mio vicino e gli ho detto che avevo una mia sala: il Mexico. E lui mi ha detto: 'Il Mexico Rocky Horror'? Lo conosceva dunque... Ero sbalordito. Aveva letto un articolo su Variety che parlava del mio cinema. D'altra parte ci sono pochi locali nel mondo che hanno uno show come il nostro: solo a New York – ci sono andato e, devo dire, meglio il nostro spettacolo! - a Parigi e a Berlino. Un'altra grande emozione l'ho vissuta andando a Livorno a vedere il film che mi ha dedicato il regista Michele Rho, Mexico! Un cinema alla riscossa. Ero in fondo alla sala. In platea c'erano 200 persone. Alla fine della proiezione sono salito sul palco per parlare. Si sono alzati tutti in piedi e per un minuto intero mi hanno applaudito. Una cosa da brividi!”.

Applausi meritatissimi a un uomo che con perseveranza, passione e ottimismo, tra mille difficoltà, è riuscito a tenere in piedi un cinema straordinario come il Mexico. Che neppure il Covid potrà affossare. L'intervista si chiude con una domanda. “Hai un rimpianto?”. Resta pochi attimi in silenzio e poi: “Mi dispiace che il mio papà non abbia potuto vedere la strada che ho fatto. Quando ci ritroveremo un giorno avremo tante cose di cui parlare”. Che sia un giorno lontano caro Antonio.

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