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Il commento

Alessandro Rovellini

Direttore responsabile

Pensiamo che filmare le "zingare" ci renda fighi

Le borseggiatrici alla gogna, da un anno, sono un genere 'letterario' di Tiktok e Telegram. Ma non serve a niente

La scena più o meno è sempre la stessa. Nugoli di borseggiatrici incinte vagano per le stazioni metrò centrali, nel quadrilatero disegnato da Centrale, Porta Venezia, Cairoli e Moscova. Tra i 16 e i 22 anni, sono inconfondibili: grosse borse a tracolla, cappotti e giubbotti che coprono le mani. Approfittano della calca e sfilano borselli e contanti con destrezza. Qualcuno le pizzica e inizia a filmare. I video finiscono rapidamente su Tiktok, Telegram o Instagram. Alimentando a getto continuo un enorme flusso di insulti, odio e rancore. Una volta fermate dalla polizia, spesso vengono rimesse in libertà. E si riparte dal via.

Tutto parte da MilanoBellaDaDio

Negli ultimi giorni, le giovanissime malviventi sono protagoniste di un'ampia discussione pubblica sull'utilizzo improprio dei video che le vedono in azione. Questa deriva giustizialista social, se così può essere chiamata, è stata intrapresa per prima dalla pagina MilanoBellaDaDio, nata come contenitore di filmati eclatanti di degrado e follie a Milano. La cosa, poi, si è ingigantita, diventando un vero e proprio genere a sé. Oggi siamo vicini alle 'ronde padane 2.0' del web. Con tutto ciò che ne consegue: emuli e parodie. "Sono mesi che lo dico ovunque (in consiglio, in tv, eccetera), ma evidentemente lo devo scrivere, così faccio prima: MilanoBellaDaDio, e tutto il sistema che gli gira intorno, fa schifo. Non arriverei a parlare di squadrismo, ma di becera fame di soldi alle spalle della salute mentale della nostra città", ha detto il consigliere comunale e presidente della commissione consiliare Sicurezza Michele Albiani (Pd).

Una borseggratrice su TikTok

Protagonisti a loro insaputa

Non siamo soli. In Usa, da tempo, lo sfruttamento di passanti e persone deboli per la creazione di contenuti sui social network è al centro di dibattito e polemiche. Gli esempi narrativi sono una serie di clip emozionali, con infinite varianti, dove la persona ripresa è ignara di essere protagonista. Il tiktoker di turno lascia cadere apposta un portafoglio rigonfio davanti a un clochard; quest'ultimo, non sapendo di essere osservato, invece che approfittarsene, lo insegue per restituirlo. Il premio è lo stesso contenuto del borsello, di solito migliaia di dollari. Occhi gonfi, musica lacrimevole e milioni di visite. Oppure sono interviste improbabili ("Quanto guadagni per poterti permettere quest'auto?"), provocazioni intime e così via. In tutti i casi, i creator hanno a disposizione capitale umano da piegare senza fatica alle trame del momento. Le piattaforme tacciono, visto che vedono impennarsi interazioni e commenti. L'unica certezza è la totale mancanza di qualsivoglia scrupolo etico.

Tutti siamo Striscia

Riprendere le giovani nomadi in Cairoli o in Cadorna entra in questo scivolosissimo orientamento. Forse inizialmente c'era genuina buona fede: filmiamo le ladre in modo che i loro volti siano riconosciuti dai passeggeri e li avvertiamo del pericolo. Ma questa giustificazione dura poco e ha fondamenta friabili. Le vittime, nella grande maggioranza dei casi, sono turisti stranieri che non seguono i social nostrani. E le borseggiatrici hanno i volti parzialmente travisati. È impossibile riconoscerle. Sanno dileguarsi. Cambiano stazioni. Raramente finiscono in carcere: il codice penale prevede il differimento pena nel caso in cui abbiano bimbi piccoli o siano gravide. Mischiano complici e tecniche di borseggio. Instagram, TikTok o Facebook aprono solo praterie sulla leva dell'indignazione facile. Difficilmente salveranno il prossimo visitatore americano o sudcoreano. È come se, in piccolo, tutti fossimo mini-troupe di Striscia o le Iene. Lo script è identico: la flagranza del reato, l'accusa, la gogna, il risentimento, la fuga. Qualche tempo fa, in una sorta di cortocircuito di ruoli, alcune nomadi, inseguite da Valerio Staffelli, avevano cercato riparo nel gabbiotto della polmetro. Intorno a loro la folla, mentre l'inviato di Striscia incalzava le malviventi, urlava e strepitava. Tutti, potenzialmente, si trovano tra le mani un contenuto dalla viralità estrema. Perché non approfittarne e sentirsi, nei 15 minuti warholiani, migliori di qualcun altro? 

Borseggiatrici braccate da Striscia

Rendere i borseggi complicatissimi

Sia chiaro, il problema c'è ed è reale. Non riguarda solo Milano. A Roma, in un mix di esasperazione, razzismo e goliardia, un dipendente Atac ha annunciato dagli altoparlanti della metro "Attenti agli zingari". Non ho idea, tuttavia, di quali risultati concreti porti il linciaggio online. Vellica gli appetiti propagandistici di alcuni politici, certo, e poi cos'altro? Probabilmente, con rilievo statistico, niente. Chi nasce e cresce in contesti sociali ostici, e magari ha già alle spalle denunce e arresti, non può essere influenzato da un video su Tiktok. Al massimo infastidito, ma, non appena se ne ripresenterà l'occasione, tornerà a fare quello che ha sempre fatto. Se strozzare il fenomeno con qualche post risulta chimerico, più realistico è l'obbiettivo di rendere il borseggio in metrò complicatissimo e poco conveniente. Soluzioni efficaci ci sarebbero. In Giappone ogni stazione, all'arrivo dei convogli negli orari di punta, ha personale altamente addestrato a notare ogni minimo movimento sospetto tra i passeggeri. I sistemi di videosorveglianza tracciano meticolosamente gli spostamenti. Gli annunci a non lasciare oggetti e borse incustoditi sono asfissianti e incessanti. Così i cartelli. Gli addetti alla sicurezza sono ovunque: se notano uno zaino aperto, invitano subito a chiuderlo e tengono alta l'attenzione. Farla franca è raro e comporta un'alta dose di rischio. 

Possiamo dire la stessa cosa delle stazioni milanesi, nonostante gli sforzi di Atm e forze dell'ordine? Non proprio. Mentre scrivo, a Repubblica, due tornelli in uscita sono completamente spalancati. Sono transitate una ventina di persone e dal gabbiotto, come da prassi, nessun segno di vita. Non credo ci fossero ladre tra loro. Ma se ci fossero state, sarebbe stata una fuga nel silenzio. Nessun cellulare a filmare. Nessun post, nessun commento indignato. E forse, nel cestino appena fuori dalla stazione, un borsello vuoto e stropicciato. 

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