Alessandro Rovellini

Opinioni

Alessandro Rovellini

Direttore responsabile MilanoToday

Chinatown

Milano città a 15 minuti è roba da ricchi?

La città a un quarto d'ora è un modello ideale al quale il sindaco Sala fa spesso riferimento. Eppure, in ambito culturale, rischia di essere una stortura che premia ancora di più i ricchi quartieri centrali a discapito dei municipi periferici

Particolare Museo del Museo Compasso d'oro a Milano

La città a 15 minuti è una città che avvantaggia ancora di più i ricchi? Il dubbio viene, se si prende in considerazione una potenziale stortura che limita un concetto nobile ma (a oggi?) poco applicabile o applicato. L’idea è molto semplice e nemmeno troppo innovativa: in un grande tessuto urbano sostenibile, tutto, per il residente, può essere raggiungibile in un quarto d’ora, a piedi, in bici o coi mezzi. Negozi, servizi, sanità, centri culturali, attività sportive, parchi. Ogni cosa. La proposta affonda le radici negli anni Venti del secolo scorso in Usa, e in Italia è perfino messa nero su bianco in un decreto ministeriale del 1968: la costruzione di alloggi dev’essere accompagnata dalla realizzazione di un certo numero di servizi come verde, sport, uffici, eccetera. Per i cittadini si creano identità e coesione, non disperdendo lungo un’inestricabile rete viaria urbana interessi, comodità, valori e passioni. E con il covid abbiamo visto come i servizi vicini siano una manna.

Il sindaco Sala sul pilone di questo concetto ci sta appoggiando buona parte di campagna elettorale. “In questo ultimo anno abbiamo sperimentato quella città in 15 minuti di cui abbiamo spesso parlato, dove si cercano negozi, servizi e spazi di socialità sotto casa e si scopre una nuova dimensione policentrica della città. Milano sta vivendo il passaggio verso questo nuovo stile di vita proprio grazie ai suoi quartieri che hanno mantenuto una forte identità anche nel cambiamento. Porta Romana e Isola, scelti per le prime due guide, rappresentano bene questo momento. Sono certamente un buon inizio per presentare e far riscoprire la città alla comunità e ai turisti che stanno lentamente tornando a visitarla”, ha detto il primo cittadino alla presentazione delle prime due guide Lonely Planet “di quartiere”. Anche la street art si sta muovendo: cosa c’è di più identitario di un enorme murales che è toponomastica e fierezza allo stesso tempo?

Eppure, un piccolo campanello d’allarme fatto risuonare dalla newsletter Colonne dovrebbe evidenziare i limiti della metropoli dove ogni scomparto è propriocentrico. Siamo al nuovissimo Adi Design Museum, zona Paolo Sarpi. Inaugurato poco tempo fa, mette in esposizione pezzi iconici che hanno fatto la storia del design italiano. Chi vive entro 15 minuti dal museo, calcolando la distanza dal cap, paga meno il biglietto: 9 euro contro i 12 dei ‘comuni mortali’ di periferia. Lo scopo dello sconto, come si legge sul sito ufficiale, “è quello di fidelizzare il pubblico di prossimità a vivere il museo come luogo dove incontrarsi, condividere esperienze, anche semplicemente divertirsi insieme”. Lodevole l’intento, ma dalla pratica dissonante. Chi ha la residenza in zona Bosco Verticale, un quartiere dai prezzi vertiginosi così come il reddito di chi ci abita, paga dunque meno di chi vive a Quarto Oggiaro. E qui sta il nocciolo, parliamoci chiaro: di Adi Design Museum non potrà essercene uno in ogni municipio milanese. Così come per il Cenacolo, il Duomo, Castello Sforzesco, la Galleria. Provate ad applicare questo modello a ogni brandello artistico o culturale di Milano: l’immensa massa critica, da Cordusio a via Palestro, passando per il quadrilatero e San Babila, è dove il pil pro capite eccede grandemente la media degli altri municipi. Palazzo Marino non ha commentato l’iniziativa, facendo solo notare come non riguardi un museo civico. Tuttavia è una scelta che viaggia nel solco pieno di ciò che Sala propone come visione della Milano che verrà. Il lato oscuro è un chiaro vantaggio per i quartieri più centrali e ricchi, e un (ennesimo) handicap per quelli periferici con meno iniziative o strutture culturali. 

Certo, il modello del quarto d’ora è vincente se applicato all’urbanistica tattica o rivitalizzazione urbana. Si vive meglio in un quartiere vivo, piacevole e frizzante senza necessità di spostarsi troppo. Lo spiega in modo chiaro il dossier del direttore scientifico della Sorbona Carlos Moreno, che a Parigi ha creato un ampio dibattito. Qui Milano è davvero capofila in Italia. In effetti, “la citta dei 15 minuti sembra essere la risposta perfetta per la città compatta del futuro” mentre “pone una serie di questioni sugli altri tessuti insediativi”, rileva l’urbanista Enrico Puccini. Ad esempio: sono davvero così pochi in media servizi in periferia? Una ricerca, pubblicata sull’Observatoire national de la politique della ville, organo ufficiale della Agence Natinale de la Cohésion des Territores, ha svolto una ricognizione sulle “periferie” francesi che loro chiamano Quartieri Prioritari. Questa indagine ha evidenziato come l’accessibilità, entro il quarto d’ora a piedi, ad attrezzature sportive, al sistema sanitario, alle strutture culturali sia di fatto migliore in questi quartieri rispetto ad altri: “Il 97,6% dei residenti Quartieri Prioritari può accedere ad almeno un medico di base in meno di 15 minuti di cammino rispetto all’85,8% degli abitanti degli altri quartieri, il 99% ad almeno una struttura sportiva rispetto al 90% degli abitanti degli altri quartieri, il 70,8% almeno una struttura culturale contro 58,5% degli abitanti di altri quartieri”.

L'immenso patrimonio artistico e culturale di Milano non può avere i confini del codice di avviamento postale. La scelta dell'Adi non sia ripresa da altri così com'è. Chi arriva in sharing o coi mezzi va premiato, certo, ma perchè svantaggiare chi ha la colpa (?) di non vivere lì? Chi sarà a Palazzo Marino nei prossimi 5 anni ci rifletta bene prima di disegnare così la Milano consegnata ai nostri nipoti.

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