Il commento

Charlotte Matteini

Opinionista

A breve me ne andrò da Milano: sto solo rimandando

Continua il dibattito sulla città, sempre più cara e invivibile: Charlotte Matteini risponde a Marco Ferrari

Sono nata e cresciuta a Milano. “A Milano ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di giornalista”, ma mai come negli ultimi anni sto vivendo anche io un lento ma progressivo disamoramento dalla città in cui vivo da 35 anni e non avrei mai pensato di lasciare. Pochi giorni fa, dalle colonne del Fatto Quotidiano, Selvaggia Lucarelli ha lanciato un pesantissimo “j’accuse” contro la città che l’ha adottata ormai 14 anni fa. Da fan del capoluogo meneghino, Selvaggia racconta di essersi trasformata in “una hater”, mettendo in sequenza tutte le motivazioni che in questo periodo l’hanno portata a ridimensionare la passione che ha sempre nutrito per Milano.  

Non posso che trovarmi d’accordo con lei e non avrei mai pensato che a un certo punto anche io avrei iniziato a odiare la città che ho amato con tutta me stessa. Le critiche mosse da Selvaggia Lucarelli hanno scatenato un accesissimo dibattito sui social, che è proseguito anche sulle colonne di questo quotidiano online. Proprio su Milano Today, il collega Marco Riccardo Ferrari ha criticato la posizione di Lucarelli sostenendo che “il pezzo è una serie di luoghi comuni e pregiudizi già sentiti più volte e messi insieme in sequenza” e che in realtà lei non abbia mai conosciuto davvero la città. Opinione più che rispettabile e che probabilmente avrei potuto scrivere io solo qualche anno fa. A distanza di tempo, però, non posso che sedermi dalla parte di Selvaggia perché comprendo molto bene il sentimento che anima il suo articolo.  

Milano è cambiata molto

È lo stesso sentimento che sto provando da ormai molto tempo, da quando lo stile di vita di questa città ha iniziato a starmi sempre più stretto. Una città che vive troppo spesso di mera apparenza, vestita a festa per occultare la miriade di disparità che ormai la rendono un luogo che sta facendo di tutto per scacciare dai propri confini chi è più povero e fragile come fosse un corpo estraneo. Milan l’è un gran Milan, si diceva un tempo. Milan con il coeur in man, una città per decenni simbolo di accoglienza e generosità. Dov’è finita quella Milano? Non la riconosco più, per quanto mi riguarda. Milano è profondamente cambiata negli ultimi anni. Conosciuta per essere la città delle opportunità, un unicum in tutta Italia in quanto a presenza di possibilità e offerte lavorative, è allo stesso tempo la capitale degli stagisti sfruttati per poche centinaia di euro al mese e di lavori che hanno compensi che non sono minimamente in linea con l’assurdo costo della vita che si sta impennando sempre più ormai da anni. Migliaia di giovani studenti e lavoratori attirati dalla possibilità di poter fare carriera che finiscono per lavorare mesi, mesi e ancora mesi oltre 50 ore a settimana per 500 euro al mese. Attirati, illusi, tritati ed espulsi per essere sostituiti senza ripensamenti. 

Affitti senza senso

Una città con affitti che hanno raggiunto prezzi fuori dal normale, a Milano viene considerato giusto e sacrosanto avere la possibilità di affittare tuguri non a norma per cifre da capogiro. Posti letto in cucina a 500 euro al mese, stanze singole che arrivano a sfiorare i 900 euro al mese per vivere in condivisione come giovani universitari a 30 anni suonati perché è diventato letteralmente impossibile rendersi totalmente autonomi anche lavorando da molti anni. Come Londra, Parigi e New York, sostengono molti. Insomma, a Londra, Parigi e New York gli stipendi non sono minimamente paragonabili a quelli italiani. Sì, Milano è la città delle opportunità lavorative e con un mercato del lavoro più fiorente rispetto ad altri capoluoghi italiani, ma questo mercato dinamico è di fatto un bluff. Si chiede il collega Ferrari perché se ci fa così schifo rimaniamo tutti qui. Perché siamo stati attirati - o siamo cresciuti - dal grande bluff di una città che si è venduta per essere foriera di opportunità e possibilità, scoprendo troppo tardi che queste opportunità e possibilità sono solo appannaggio di chi se le può permettere. Dei ricchi, perché Milano è ormai una città per soli ricchi e che sta facendo di tutto per buttare fuori dai propri confini chi arranca a causa degli scarsi stipendi che le stesse aziende con i propri sfavillanti headquarter nei quartieri fighetti milanesi concedono ai propri dipendenti.  

Alla fine lascerò questa città

Stipendi bassi, talvolta infimi, che al massimo permettono una precaria sopravvivenza fatta di lavoro no stop. Personalmente è fin troppo tempo che sto rimandando l’abbandono di questa città, ma penso sia un momento che arriverà inesorabilmente. Migliaia di volte ho pensato che da qui non me ne sarei mai andata via, da anni invece spero di potermene andare il più in fretta possibile da una città che vive solo per lavorare, fatturare, instagrammare aperitivi e uscite culturali e che è felice di essere diventata una mera vetrina di apparenza e nulla più. E come me, fin troppe altre persone.  

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