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Il Piccolo occupato (foto Ig/ambrachiara92)

Il Piccolo occupato (foto Ig/ambrachiara92)

Il Piccolo teatro di Milano occupato da lavoratori e studenti

"Basta chiusure", chiedono i manifestanti

Continua l'onda della protesta contro le chiusure, dopo i rider, i tassisti, i lavoratori di luna park e circhi, sabato è la volta dei teatri, con il Piccolo che nella mattinata è stato occupato da una cinquantina di persone, studenti e operatori del coordinamento spettacolo della Lombardia, tra attori, registi, tecnici, macchinisti, sarti, scenografi e drammaturghi.

La data non è affatto casuale, come precisano gli aderenti all'iniziativa per chiedere di riaprire i luoghi di cultura, infatti, il 27 marzo è la giornata mondiale del teatro. "Stabiliremo qui un parlamento culturale permanente - afferma Valentino Ferro, tecnico luci e lavoratore dello spettacolo, tra gli occupanti del teatro Grassi - come luogo di incontri, assemblee, dibattiti e laboratori".   

"L'occupazione - chiarisce Ferro - si inserisce in una giornata di respiro nazionale per rilanciare le lotte dei lavoratori dello spettacolo e le nostre richieste di riforma, tutela e reddito di continuità. Abbiamo scelto il Piccolo perché è il primo teatro di prosa comunale d'Italia, come scritto nel programma di sala del '47. Per noi è un simbolo". 

L'occupazione del teatro di via Rovello, come spiega il coordinamento Spettacolo Lombardia, è da intendersi come un gesto artistico e politico. "Sono chiamati a partecipare le lavoratrici e i lavoratori - scrivono gli organizzatori della protesta - le imprese culturali, le piccole e medie compagnie, le istituzioni e tutte le realtà che compongono il settore, per un'assunzione di responsabilità condivisa. Per costruire una ripartenza sostenibile da tutti, a partire dai più fragili, considerando il lavoro come centralità e motore di tutte le categorie, non solo del settore culturale". Presenti alla mobilitazione anche gli studenti di scuole, università e accademie.

Come spiegano gli ideatori, "Prove per uno spettacolo vivo (questo il nome con cui è stata battezzata l'iniziativa, ndr) rivendica lo spazio che da più di un anno è stato negato alla cultura, per discutere/denunciare le contraddizioni che la pandemia ha fatto emergere duramente nella nostra società". 

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