Oh vacaputanga, i negher del menga

Editoriale - Nella colonna sonora di un film di Aldo, Giovanni e Giacomo c'è una canzoncina in dialetto milanese con un testo orripilante, che mai potrebbe essere accettato oggi: è figlia di un'epoca diversa. Ha diritto, come la statua di Montanelli, di rimanere? La risposta è complessa e sfumata e non può ridursi a fazioni

La statua vandalizzata qualche tempo fa

Ne "Il ricco, il povero e il maggiordomo", film del 2014 di Aldo, Giovanni e Giacomo, si narra la storia di un ricchissimo imprenditore milanese (Giacomino) che, per un colpo di Stato in Burgundi, perde tutto e piomba nella miseria più cupa. Ne uscirà solo grazie all'improbabile alleanza con il maggiordomo (Giovanni) e il venditore ambulante Aldo. Per dare al tutto una parvenza tragicomica, nel film, quando Giacomo si accorge di essere sul lastrico, parte inconfondibile il motivetto di Vacaputanga (o meglio, I vahha put anga) di Walter Valdi. Un brano in dialetto sconosciuto alla quasi totalità dei millenial, ma molto noto negli anni Settanta. 

Non so se avete mai letto con attenzione il testo. Ve la faccio breve traducendo dal milanese. In una tribù africana, c'è un re che adora le donne alte. Gli capita, però, di sposare una donna obesa e bassa, che cerca di allungare con una fionda. Il tentativo non va a buon fine, la donna viene scagliata a Cantù e, mentre vola, manda una maledizione a tutti i maschi della tribù che diventano omosessuali.

Penso sia oggettivamente difficile piazzare in così pochi minuti tanti stereotipi razzisti e volgari. C'è l'insulto al corpo femminile, bodyshaming si direbbe oggi, odio e scherno verso i neri, visti come cavernicoli primitivi e, ciliegina sulla torta, il finale omofobico. Eppure questa canzoncina milanese travestito da filastrocca per bimbi è arrivato fino a noi nell'indifferenza pressochè totale. È stata caricata più volte su Youtube e, a quanto mi risulta, una sola volta è stata cancellata per "incitazione all'odio". Ora è visibile e ascoltabile, con decine di commenti sghignazzanti. Il punto è: andrebbe tolta e bruciata nell'oblio perenne? Per me no, nonostante tutto. Oggi è un documento prezioso sul modo del tempo di affrontare la musica in vernacolo. 

Il dibattito aperto dai Sentinelli sull'opportunità o meno di mantenere la statua di Montanelli, che sposò senza farsi troppe domande un'abissina 12enne, è degno di nota e apre squarci di civiltà fondamentali. Non è però risolutivo. O meglio, è una china affannosa quella delle fazioni. Le sensibilità diverse che, grazie al cielo, portano a nuove coscienze su molti temi, dal razzismo latente ai soprusi, devono essere coltivate, ogni giorno, per non tornare mai indietro. L'onda di George Floyd è sacrosanta, ma può cancellare di punto in bianco fotografie storiche figlie delle epoche in cui sono nate? Per intenderci: nel primo, celebratissimo "Vacanze di Natale" del 1983, De Sica parla di una "mafia giudea che mette spavento"; in "Abbronzatissimi" (1991), Teocoli e Di Francesco, finti manager, sono ricattati da un facchino alberghiero di colore con l'atroce e caricaturale parlata del "sì badrone"; stessa situazione per il milanese Celentano, alle prese con una "mama" nera macchietta ne "Il bisbetico domato" (1980); Banfi, e qui l'elenco sarebbe davvero infinito, ha imbastito interi filoni cinematografici con gag sui "ricchionazzi". Tutti questi titoli hanno continui passaggi su tv generaliste e servizi in streaming. Dovrebbero essere vaporizzati per sempre?

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Dal cinema ai monumenti, la risposta non può esaurirsi nella demolizione totale iconoclasta o il "lasciamo tutto così com'è". I punti oscuri dei personaggi storici, di tutti i personaggi che affastellano vie e piazze milanesi e italiane, sono infiniti. Montanelli, indubbiamente una penna fenomenale, non sembrò mai protendersi in un'abiura completa di quello che fece in Etiopia. Questo elimina in toto i meriti giornalistici? No, ovviamente. La chiave, forse, come in tante altre cose, è la consapevolezza. Non è tabù pensare di toglierla, quella statua. Sbaglia il sindaco Sala ad essere categorico. Forse nemmeno Montanelli l'avrebbe particolarmente amata, lì, nel luogo dove venne gambizzato. Si cambia, si mutua, e per fortuna si migliora. Ma deve essere fatto nell'ambito di un'ampia riflessione, che coinvolga quanto più amministrazione, cittadinanza e soprattutto studenti, sull'intero assetto dell'arredo urbano milanese. Perchè ci fu la guerra in Etiopia e cosa possiamo fare noi, tutti i giorni, affinchè giorni così cupi non tornino più? I ragazzi devono sapere. Non è forse ancora oggi la Stazione Centrale un immenso monumento al fascismo, con le ombre e i rimandi ai fasci littori ben presenti?

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