Venerdì, 14 Maggio 2021
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Prostituzione: «Il passo indietro di Cassina non basta, eliminare l'articolo ovunque in Italia»

Parlano le promotrici del presidio di protesta che si è svolto a Cassina de' Pecchi contro l'articolo del regolamento di polizia urbana che accostava l'abbigliamento alla prostituzione: «Dignità e diritti per le sex worker»

Partire dal passo indietro dell'amministrazione di Cassina de' Pecchi, che ha ritirato dal regolamento di polizia urbana le espressioni che legavano l'abbigliamento e l'atteggiamento alla prostituzione, e avviare una battaglia per elimiare discriminazioni e sessismo da tutti i regolamenti di polizia urbana italiani. E' l'intenzione delle donne che hanno organizzato, il 30 aprile, un presidio davanti al municipio di Cassina, proprio mentre il consiglio comunale stava per riunirsi online per discutere il testo, che aveva avuto clamore a livello nazionale.

«Un testo di questo tipo, comune a molti regolamenti in tantissime città, è irrispettoso e discriminatorio verso i più basilari diritti civili di tutte le persone», scrivono le promotrici dell'iniziativa, che ambisce a diventare nazionale: «Annienta, con una manciata di parole, la libera espressione e la parità di tali diritti. Pur ritenendo il passo indietro dell'amministrazione di Cassina un'evoluzione positiva, riteniamo che i contenuti discriminatori si manifestino ancora».

«Permane lo stigma legato al sex work»

«Permane - proseguono - lo stigma legato al sex work, che inquadra in modo disumanizzante chi esercita meretricio come persona da tenere ai margini, come cittadin? di serie B, con cui è bene non intrattenere alcuna relazione, pena la sanzione. Inoltre l’articolo 23 è inserito all’interno di una serie di 'norme' che dovrebbero disciplinare le situazioni di decoro urbano, e tale collocazione lo rende assimilabile per visione alla concezione dello stupro nella legge italiana ante 1996 che inquadrava il reato di violenza sessuale nell’ambito dei "Delitti contro la moralità e il buon costume" anziché come delitto contro la persona».

Secondo le firmatarie del documento, la prostituzione è un tema complesso e la lotta al suo sfruttamento non va affrontata «in  modo superficiale in un regolamento comunale», visto che il codice penale, all'articolo 537, già vieta a chiunque qualsiasi tipo di lucro ottenuto da guadagni di persone dedite a questo. «Andremo avanti nella nostra battaglia affinché tale articolo venga completamente rimosso nel regolamento di polizia urbana a Cassina de' Pecchi, ma anche in tutti gli altri comuni che propongono analoghe discriminazioni», conclude la nota.

Cos'è successo a Cassina de' Pecchi

Il caso era scoppiato quando si era venuto a sapere che, a Cassina, stava per essere approvato il nuovo regolamento di polizia urbana con un articolo dedicato anche alla prostituzione, preso parola per parola da altri regolamenti, con cui si vietava l'«intrattenersi, con soggetti che esercitano attività di meretricio su strada che, per atteggiamento, ovvero per l’abbigliamento ovvero per le modalità comportamentali manifestino comunque l’intenzione di esercitare l’attività consistente in prestazioni sessuali». Una frase contestata per l'associazione tra l'atteggiamento, l'abbigliamento, le modalità comportamentali e la prostituzione.

La giunta di Cassina si era messa in trincea e, di fronte al risalto mediatico (e politico), aveva difeso strenuamente il testo, affermando che si intendeva combattere esclusivamente la prostituzione, il suo sfruttamento e il suo favoreggiamento. Se però sfruttamento e favoreggiamento sono già puniti dalla legge, non così per la prostituzione in genere, che è legale e non può essere quindi "vietata" da un regolamento comunale, nemmeno surrettiziamente. Inoltre la formula proposta si fonda su un supposto collegamento tra chi esercita la prostituzione e abbigliamento (e comportamento): «per atteggiamento, ovvero per l'abbigliamento ovvero per le modalità comportamentali manifestino l'intenzione di esercitare» eccetera. 

Poi, però, la maggioranza leghista del Comune di Cassina de' Pecchi ha accettato, su proposta di un consigliere di minoranza, di togliere i riferimenti all'abbigliamento, all'atteggiamento e alle modalità comportamentali, oltre ad aggiungere che le prestazioni sessuali dovrebbero essere «a pagamento» per far valere l'articolo in questione. Resta quindi il divieto di «intrattenersi» con chi «manifesta l'intenzione» di esercitare la prostituzione. Forse non si sarebbe potuto ottenere di più in quel momento, ma per alcuni la battaglia non è solo all'inizio.

«Riconoscere dignità e diritti alle sex worker»

«C'è l'equiparazione tra sex work e sfruttamento», aveva commentato Giulia Crivellini, tesoriera di Radicali Italiani, dopo l'approvazione del regolamento con le modifiche: «Questa visione è purtroppo sintomatica di una grande ignoranza sul tema e di una politica che abdica al proprio compito, quello di studiare la complessità dei fenomeni e di governarli nel rispetto dei diritti umani. Decidere di colpire chi esercita e chi richiede prestazioni pensando di colpire lo sfruttamento ne è ulteriore conferma». Ed ora le promotrici del presidio di protesta vogliono andare avanti per eliminare l'articolo sia dal regolamento di Cassina sia da quelli degli altri Comuni italiani che lo adottano. «Non siamo sces? in piazza - dicono - soltanto per rivendicare il diritto di portare una gonna corta, ma per difendere diritti e dignità della persona, a prescindere dall’appartenenza di genere, dalla professione e da qualsiasi altra discriminante. Il dibattito sulla prostituzione non può esimersi dal riconoscimento di diritti e dignità di tutt? l? sex worker». A Bussero, che condivide con Cassina de' Pecchi e Pessano con Bornago il servizio di polizia locale in consorzio, il procedimento è già stato avviato.

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