Il "petrolio" di Milano, carburante per 39mila auto dall'umido dei rifiuti e dalle fogne: il piano

I depuratori diventeranno "raffinerie" di bio-carburante: siglato l'accordo con Cap

Un depuratore di Milano

Se il biometano avesse una forma simile al petrolio si potrebbe dire che Milano è seduta su un vero e proprio pozzo petrolifero. Le acque delle fogne ma anche la parte umida dei rifiuti e quelli zootecnici, se fossero trattati e trasformati in biogas, potrebbero diventare carburante per 39mila mezzi a motore: dalle automobili agli autobus.

La prospettiva è stata illustrata dallo studio "Biometano. Potenzialità nella Città metropolitana di Milano e ruolo di Gruppo Cap" realizzato da Kyoto Club che è stato presentato nella giornata di martedì 3 dicembre a Palazzo Isimbardi. E città Metropolitana ha deciso di prendere la palla al balzo e dare il proprio via libera per trasformare trasformare "bucce di banana e resti di insalata" in biogas attraverso gli impianti di depurazione già esistenti. Tradotto? I depuratori di Cap nei prossimi anni (oltre a continuare a svolgere la loro attuale mansione) si trasformeranno in delle specie di "raffinerie pulite" in grado di produrre energia per alimentare autovetture e mezzi pubblici.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione perché la capitale della Lombardia ha rotto il silenzio sulle norme end-of-waste per il riciclo dei rifiuti. La decisione, infatti, è arrivata dopo un anno e mezzo di risposte vaghe da parte del ministero. Praticamente l'ex provincia di Milano si è presa la responsabilità di autorizzare gli impianti di produzione di biometano dai rifiuti. La logica che sta dietro alla decisione è questa: il biogas che deriva dalla fermentazione dei rifiuti non è uno scarto di produzione ma è un prodotto e come tale ha un mercato e quindi un valore. Per questo la Città Metropolitana ha deciso di andare più in là sul tema.

"Ciò che emerge dallo studio, e fa parte dell’obiettivo che ci eravamo prefissi, è la grande potenzialità del nostro territorio, dove abbiamo aziende e impianti eccellenti che possono lavorare in sinergia con la pubblica amministrazione per fare bioeconomia e rigenerare l’ambiente — ha dichiarato Roberto Maviglia, consigliere delegato di Città metropolitana di Milano —. Abbiamo messo sotto la lente d’osservazione non il singolo impianto, ma tutto il sistema, e crediamo che il nostro ruolo non sia più solo quello autorizzativo ma soprattutto quello di ente facilitatore e promotore dell’innovazione".

Secondo il più recente Rapporto di Ispra, la Città metropolitana di Milano produce circa 215 mila tonnellate all'anno di umido e può trasformare 90mila tonnellate in modo anaerobico. Tradotto? Può trasformare in biogas meno della metà dei rifiuti di umido che produce. Grazie a Cap potrebbero essere trasformati in biogas, e successivamente in biometano, altre 107mila tonnellate di umido all'anno, senza bisogno di realizzare nuove strutture o nuovi impianti ma riconvertendo quelli esistenti. Il che equivarrebbe a 9.442.437 metri cubi standard all'anno di biometano, quasi il 20% della richiesta futura tramite il solo utilizzo di digestori attualmente esistenti (ma non ancora utilizzati), senza che sia necessaria la realizzazione di nuovi impianti.

Il primo a essere riconvertito per questa produzione, ha assicurato a MilanoToday il team del direttore ambiente della Città metropolitana di Milano, Emilio De Vita, sarà quello di Sesto San Giovanni e dato che esiste già un progetto la prima partita di biogas "Made in Milano" potrebbe arrivare anche tra due anni.

Il biometano: cos'è

Il biometano può essere sì utilizzato per alimentare le automobili ma può essere utilizzato anche per altri scopi e tra questi anche cucinare: "Non c'è alcuna differenza chimica tra il metano naturale di origine fossile e il biometano — ci spiega Alessandro Singlitico, ricercatore post doc alla Technical University of Denmark —. Il vantaggio è che lo si può distribuire con la rete gas esistente, praticamente basta sostituire solo il prodotto".

La produzione avviene attraverso due processi chimici: "Il biogas — prosegue il dr Singlitico — viene prodotto tramite digestione anaerobica: in un ambiente povero di ossigeno i batteri degradano il materiale organico (i rifiuti di umido, ndr) generando quindi il biogas e un residuo solido (digestato). Separando l'anidride carbonica (CO2) dal metano (CH4) contenuti nel biogas, si ottiene il biometano. L’Europa conta oltre 17mila impianti per la produzione di biogas, e circa 500 per la produzione di biometano (Eba, statistical report 2018), mostrandone la maturità tecnologica".

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Ma oltre al biometano si potrebbero recuperare altri prodotti spiega Singlitico: "Nell’ambito della ricerca, lo studio del destino dei principali sottoprodotti potrebbe poi aprire le porte a un'effettiva bioraffineria, con cattura e utilizzo della CO2 (favorendone un ulteriore abbattimento delle emissioni ) e produzione di fertilizzanti naturali dal digestato, in sostituzione ai fertilizzanti di origine minerale".

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