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La "scuola di rap" che nasce dalle strade di San Siro

I rapper di San Siro cresciuti tra criminalità, abusivismo, degrado e abbandono. E il viaggio nelle viscere del quartiere | Il longform, terza puntata

Osservato distrattamente, il quartiere di San Siro sembra animato soprattutto dalle persone che ci vivono; in realtà sono presenti, e ne abbiamo viste alcune nelle puntate precedenti, varie associazioni, cooperative e altre realtà che si occupano di progetti social per i bambini, per gli anziani, per le donne, per tutti; o cercano di farlo. Non in modo uniforme anche se talvolta coordinandosi tra loro e con le istituzioni. Una di queste realtà, forse la più inattesa, si chiama Mapping San Siro ed è arrivata nel quartiere nel 2013 come workshop del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico per volontà di Francesca Cognetti, docente di tecnica della pianificazione urbanistica. Inizialmente gruppo di studio e lavoro, ha "preso casa" in via Abbiati nel 2014 in uno spazio dato in usufrutto da Aler, per poi trasferirsi in via Gigante. Recentemente ha aperto altri spazi, a NoLo e Corvetto: segno che l'idea di avvicinare l'università alla città funziona.

VIDEO. San Siro, ecco come la musica trap toglie i giovani dalla strada. Guarda la terza puntata

San Siro, nelle viscere della banlieu arrabbiata - Prima puntata

San Siro, nelle viscere della banlieu arrabbiata - Seconda puntata

«San Siro è un quartiere povero, con diverse popolazioni fragili: tanti anziani, persone con disagio psichico, stranieri. Di contro, è un quartiere giovane con tante associazioni, comitati e gruppi di volontariato. Una delle prime cose che abbiamo fatto è stata quella di sviluppare una rappresentazione non stigmatizzante del quartiere», ci dice Paolo Grassi, che abbiamo incontrato nella sede di Mapping San Siro. All'iniziale lavoro di ricerca sul campo da parte di studenti e tesisti, negli anni si è affiancato un lavoro su più fronti. Sullo spazio pubblico, cercando di realizzare progetti di rigenerazione come quelli delle vie Abbiati e Gigante, oppure di sistemazione dei potenzialmente splendidi cortili delle case Aler. «Per noi sono attività, coinvolgendo gli abitanti, che attestano un tentativo di prendersi cura dello spazio pubblico». E poi un lavoro sugli spazi vuoti, sia commerciali sia abitativi, che ha dato i suoi frutti con il bando "Nuove luci a San Siro", con il quale alcune associazioni hanno trovato una sede e sono arrivate nel quartiere con i loro progetti.

«Le istituzioni dialogano, ma a fasi alterne»

Ancora, da tre anni il progetto "Sconfini" ha realizzato un doposcuola all'interno delle scuole del quartiere. E poi i vari tavoli interistituzionali con il Comune di Milano, responsabile dello spazio pubblico, e Aler, proprietaria delle case. Un dialogo non sempre facile, ma soprattutto non continuativo. Nel mese di maggio del 2019, all'indomani dell'omicidio del piccolo Mehmed per mano del padre (tra l'altro da poco condannato all'ergastolo), il sindaco di Milano Beppe Sala e il governatore lombardo Attilio Fontana si sono incontrati proprio nella sede di Mapping San Siro, promettendo un impegno sinergico grazie anche a circa trenta milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture e ricordando i quarantatré milioni già spesi per il recente "Contratto di quartiere". Un impegno anzitutto comune sul fronte della lotta alla disoccupazione e dell'introduzione del portierato sociale, per presidiare le case. E poi altri impegni, ognuno per le propre competenze: il Comune avrebbe agito sul decoro e la cura degli spazi e del verde pubblico, la Regione sulla risistemazione dei cortili e degli interni dei caseggiati.

«Queste istituzioni dialogano tra di loro ma lo fanno a fasi alterne e ciò ha delle ricadute molto forti sul quartiere», ci dice Grassi: «Inoltre, a livello di politiche giovanili si passa da varie iniziative per le fasce d'età da zero a sei anni e da sei a quattordici, come il doposcuola, il centro educativo, gli stessi oratori, a quasi nulla per chi è nell'adolescenza. Non c'è un cinema, non c'è una biblioteca, non c'è uno spazio di socializzazione. Se ne parla molto e, in effetti, si avverte un vuoto. Gli stessi ragazzi che sono andati dal sindaco (i rapper Rondo da Sosa e Sacky, n.d.r.) hanno chiesto un centro giovanile: è un bisogno che emerge da loro stessi».

I giovani di San Siro a differenza di molti dei loro genitori, non hanno problemi di lingua. L'italiano, avendolo imparato a scuola, lo conoscono perfettamente. Per loro nel quartiere però non ci sono molti modelli a cui aspirare, né luoghi dove possano sperimentare una socialità sana. Nonostante questo, spontaneamente, riescono a esprimere la propria rabbia, sublimandola, nell'arte di strada. Grazie il quartiere è decorato da murales dalle tinte tanto forti quanto i contrasti che vivono ogni giorno. E poi c'è la musica. Quel rap 'made in San Siro' che ha conquistato la scena musicale italiana.

VIDEO. San Siro, la banlieu arrabbiata di Milano. Guarda la prima puntata 

Il rap, fotografia del disagio

Dai diamanti non nasce niente, recita l'arcinoto verso dell'immenso De André, e il quartiere Aler ne è l'ennesima prova. È tra il 'letame' dei rifiuti abbandonati per strada, degli edifici lasciati a sbriciolarsi, dei malati mentali che vivono senza cure che a San Siro sono nati i fiori di molti rapper talentuosi. Tutti fanno capo allo stesso collettivo, il Seven 7oo. Oltre a Neima Ezza, divenuto ormai famoso dopo l'episodio della sassaiola anche per chi non segue questo genere musicale, ad appartenergli Rondo Da Sosa, Vale Pain, Sacky, Keta e Kilimoney. Criminalità, desiderio di riscatto sociale e ostilità nei confronti delle forze dell'ordine: di questi temi parla la loro musica. Come racconta il seguitissimo canale Youtube Social Boom, la vita di questi giovani rapper/trapper, che ormai non sono più solo emergenti, è spesso costellata di episodi di violenza, al confine tra realtà e social. Perché nel mondo del rap la cosiddetta 'attitudine street' è fondamentale se si vuole risultare credibili: chi canta di delitti e pestaggi, ma vive tra i privilegi del centro città, rischia di passare per 'fake' e quindi viene 'sfidato'. Tra gli artisti rimbalzano continue provocazioni e tentativi di 'detronizzazione' che a volte sfociano in vere e proprie risse, come accaduto lo scorso febbraio in corso Como, quando il trapper romano Gallagher era stato schiaffeggiato da Rondo Da Sosa. Il tutto, ça va sans dire, era stato ripreso e subito diffuso su Instagram, presumibilmente alla ricerca dell'hype, che effettivamente era arrivato rendendo più celebre il rapper di San Siro.

Il limite tra finzione confezionata su misura per aumentare i propri follower e violenza vera è molto labile nel mondo del rap. Nella maggior parte dei casi le numerose minacce del 'dissing' (la pratica con cui gli artisti si insultano attraverso le canzoni o, sempre più spesso, i social) non passano quasi mai alle vie di fatto, ma riuscire a guadagnarsi una fama 'da gangster' in questo settore è considerato un passo irrinunciabile verso il successo. Tanto che negli Usa, addirittura, alcuni rapper commettono piccoli reati con il solo scopo di farsi arrestare: il carcere diventa una sorta di investimento sulla loro musica perché quando ne escono - se hanno anche talento - spesso riescono ad avere molto più seguito. Un esempio di questo (perverso) meccanismo è la storia del rapper americano Tekashi 6ix9ine, che ha stabilito un record di visualizzazioni con la diretta Instagram fatta proprio dopo essere stato scarcerato (e aver rischiato 47 anni in cella).

Anche i trapper di San Siro, oggi ormai protagonisti della scena rap italiana, in passato hanno puntato a diventare protagonisti di episodi di cronaca forse proprio con il solo scopo di accrescere la propria visibilità. Non a caso - ci racconta P.T, loro fan sin dagli esordi - molti dei loro video esordiscono con telegiornali che li citano per risse nelle quali sono rimasti coinvolti. Nelle clip spesso sono presenti anche pistole e altre armi, fatto che spesso è stato contestato ai giovani rapper; ma di tutta risposta, loro sostengono che si tratta di pura finzione, esattamente come avverrebbe per un film. Di nuovo, il confine tra arte e vita è sottilissimo. Del resto i cantanti del Seven 7oo hanno poco da inventare per creare i loro testi, le tematiche di cui parlano sono quelle all'ordine del giorno nella 'San Siro pop'. C'è il mito del self made man, perché questi ragazzi, è innegabile, ce l'hanno fatta soltanto con le proprie forze, strappandosi a morsi dalla povertà e dal degrado che li attanagliava; c'é la rappresentazione del carcere, che molti di loro hanno vissuto in prima persona, spesso dopo un'infanzia molto travagliata; c'è l'odio contro la polizia, accusata di accanarsi sui più giovani per reati di poco conto. Lo stesso Neima, ad esempio, con una diretta Instagram molto popolare aveva accusato gli agenti di averlo portato in questura e poi picchiato. Anche la sassaiola delle scorse settimane scaturita dopo l'assembramento di 300 ragazzi per vedere le riprese del video realizzato da Neima insieme a Baby Gang, probabilmente, verrà parzialmente ripresa nella clip. 

San Siro, nelle viscere della banlieu arrabbiata - Seconda Puntata

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Ricerca della fama a parte ('Get Rich or Die Tryin' era l'emblematico titolo del cult del 2005), è innegabile che lo stato di grave abbandono in cui versa San Siro, come ha dimostrato l'episodio della rappresaglia contro i poliziotti, provoca nei più giovani forte rabbia e ostilità verso i rappresentanti dello Stato. Una catarsi per questa emozione negativa, però, secondo alcuni è ancora possibile. "Le energie dei ragazzi vanno veicolate e trasformate - ci dice Marcello Fichtner, educatore della cooperativa sociale 'Tuttisieme' che fa attività di doposcuola per i preadolescenti e adolescenti segnalati dai servizi sociali -. Quest'anno di pandemia ha complicato sicuramente le loro situazioni perché molto spesso si sono trovati chiusi in case molto piccole, sovraffollate, dove era molto difficile seguire la Dad. La cosa che manca sono dei luoghi che accolgano i ragazzi, perché l'alternativa sono solo le strade e le piazze, che però non offrono nessun tipo di attività costruttiva per loro, ma un passatempo o situazioni di degrado che forse sarebbe meglio evitare. Trasformare l'asilo di via Zamagna in un centro di aggregazione potrebbe essere uno dei modi per migliorare le cose".

I muri parlano

Oltre che nelle rime dei trapper, San Siro fiorisce anche sui suoi muri: non c'è via dove almeno una parete non sia decorata con un pezzo o un murales. "Basta sfitto, Aler ladri", si legge sul muro di un edificio; "l'individualismo è il primo passo per linfelicità collettiva", recita un altro; "nessuna guerra è nostra", esclama a caratteri rossi un'altra scritta. Tanti, poi, anche i disegni variopinti, da quello sulla torre rossa al centro di piazzale Selinunte, con una sorta di orco gigante dalle due anime, dalle funzioni forse apotropaiche, alla 'tela su facciata', che sembra un quadro surrealista, firmata Vesod. I problemi di questo quartiere sono lampati a chiunque lo conosca, un occhio allenato però è in grado di scorgere anche le sue tante potenzialità, che potrebbero essere espresse proprio partendo dai più giovani e dalla loro arte. "La musica aiuta i ragazzi a trasformare i loro sentimenti in qualcosa di positivo - afferma Fabrizio Bruno, educatore professionale responsabile di laboratori di musica nelle carceri e nelle comunità, che incontriamo da Kayros a Vimodrone -. Attraverso il rap, la drill e la trap riescono a comunicare quello che vivono e sentono, a parlare delle loro vite. A San Siro il Seven 7oo è riuscito a interpretare in modo originale il genere drill, questo, insieme al fatto che questi artisti si spalleggiano tra di loro, ha decretato il successo dei membri del collettivo".

"Per valorizzare queste grandi potenzialità bisogna innanzitutto smettere di demonizzare i ragazzi, cercando di mettersi nei loro panni - continua Bruno -. Spesso per mezzo della musica parlano di temi scomodi come violenza, sesso, processi migratori, però questi sono gli stessi stilemi cavalcati da un intero sistema mediatico. In secondo luogo, è fondamentale creare e riaprire strutture aggregative ed educative. Questo a San Siro così come in tutti i contesti periferici che vivono le sue stesse difficoltà".

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