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Domenica, 28 Novembre 2021
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Sequestro da 100 milioni a ex re dei rifiuti: l'operazione anche a Milano

Si tratta di Antonino e Carmelo Paratore, padre e figlio, contigui al clan Santapaola Ercolano

Maxi sequestro da cento milioni di euro ai re dei rifiuti vicini a un clan mafioso. Ad eseguirlo la direzione investigativa antimafia che ha effettuato operazioni anche a Milano.

Denunciati i messinesi, padre e figlio, Antonino e Carmelo Paratore, vinici al clan Santapaola Ercolano e già condannati in altri procedimenti giudiziari. A emergere, una volta di più, il legame tra il crimine organizzato e la gestione dei rifiuti sull'Isola: i Paratore si occupavano difatti di una delle discariche più estese, quella di Lentini (Siracusa). L'operazione della Dia è in corso in diverse province, oltre al capoluogo lombardo, Catania, Messina e Siracusa.

Il decreto di sequestro beni è stato eseguito nei confronti dei Paratore e di uno dei killer di Luigi Ilardo, ucciso a Catania nel 1996 (poco prima di entrare nel programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia), che in carcere sta scontando l'ergastolo.

Già in passato, nei confronti dell'omicida, la Dia del centro etneo aveva condotto articolati accertamenti patrimoniali, sfociati nel dicembre del 2012 nel provvedimento di confisca di 30 milioni di beni e nell’aggravamento della misura di prevenzione personale.
L’odierna indagine ha preso in esame anche la posizione economica, finanziaria e patrimoniale dei Paratore, noti imprenditori originari del Messinese, specializzati nella gestione e nello smaltimento di rifiuti e già arrestati in passato.

Negli anni padre e figlio sono riusciti a creare una vera e propria galassia di imprese, diversificando le attività della famiglia con società attive nei servizi di pulizia degli ospedali, nel settore immobiliare e nella gestione di un notissimo stabilimento balneare del litorale catanese.

La vicinanza tra i Paratore e l'omicida, conclamata in atti giudiziari, emerge con certezza anche per la presenza di padre e figlio al battesimo della figlia del boss e in occasione di un matrimonio di un parente. È proprio questo legame a esser ritenuto  l’origine dell’impressionante escalation imprenditoriale di padre e figlio; per far luce su un arricchimento così repentino, gli inquirenti hanno, infatti, passato sotto la lente di ingrandimento ben quaranta anni della loro evoluzione economica e imprenditoriale. 

Le complesse indagini patrimoniali, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia etnea hanno consentito di appurare che l’ascesa imprenditoriale di questa famiglia ha avuto una formidabile impennata intorno alla fine degli anni '90 e che gli investimenti compiuti in quel periodo risultano caratterizzati da massicce immissioni di capitali non giustificate. Già nel 2012, l’inchiesta Piramidi della Dda etnea aveva dimostrato il ruolo dell’imprenditore quale braccio economico del boss.

Con l’odierno provvedimento il Tribunale di Catania ha accolto l’impostazione dell’analisi compiuta dagli investigatori della Dia sulle intercettazioni ambientali e telefoniche nonché sulle dichiarazioni di storici collaboratori di giustizia. Il quadro probatorio presentato all’autorità giudiziaria è frutto di un lavoro minuzioso, che ha fatto emergere, tra l’altro, anche la perfetta correlazione temporale tra la crescita imprenditoriale delle imprese e il ruolo di vertice assunto di fatto dal boss nel clan Santapaola. Anche su questi presupposti il Tribunale di Catania ha accolto la tesi secondo la quale le imprese della famiglia “siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego”.

Per l'operazione che si è svolta giovedì 4 novembre, sin dalle prime luci dell’alba, sono stati posti i sigilli ad aziende, quote societarie, immobili e rapporti finanziari. In particolare, a essere sequestrati sono stati 14 società, 7 immobili e svariati rapporti finanziari, da oggi sotto il controllo dello Stato, per un valore complessivamente stimato in oltre 100 milioni di euro.

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