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Martedì, 30 Novembre 2021
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Morti per covid al Trivulzio, i parenti si oppongo alla richiesta di archiviazione

Presentata l'opposizione formale

E' stato il mix tra negligenza e incompetenza a provocare la morte per covid di diversi anziani ospiti del Pio Albergo Trivulzio. Ne sono convinti i parenti delle vittime, riuniti nell'associazione Felicita, che ora si opporranno alla richiesta d'archiviazione presentata dalla procura di Milano a conclusione delle indagini sull'ex direttore generale del Pat, Giuseppe Calicchio, e sulla dirigente Rossella Velleca. 

Ne danno notizia gli avvocati che asistono l'associazione, secondo cui quel mix "letale di negligenza e incompetenza, condito da alcune scelte puntuali evidentemente e drammaticamente imprudenti", emerge proprio dal testo della richiesta d'archiviazione. Diventa dunque per loro imprescindibile approfondire in aula quanto emerso e ammesso dagli stessi pm Mauro Clerici e Francesco De Tommasi.

"La direzione del Pat - affermano ancora i legali - non si è limitata a non adottare regole di cautela, ma ha addirittura preso alcune decisioni manifestamente imprudenti che hanno positivamente agevolato la diffusione del virus all'interno della struttura". La procura, nella richiesta d'archiviazione, sosteneva che gli elementi emersi, sebbene in qualche caso tendenti più ad occultare quanto stava avvenendo che a risolvere i problemi (ad esempio di approvvigionamento dei dispositivi di protezione), non basterebbero a configurare una responsabilità per colpa. Di diverso avviso i legali dell'associazione Felicita.

"Carenza oggettiva di interventi"

I pm, in alcuni passaggi della richiesta d'archiviazione, non sono stati affatto teneri verso i precedenti vertici del Trivulzio e anzi hanno sottolineato alcune mancanze. Ad esempio, i consulenti tecnici incaricati dalla procura non hanno potuto disporre di "informazioni affidabili sull'evoluzione delle presenze complessive dei pazienti nei diversi reparti", per cui l'inchiesta si è dovuta limitare ai casi di decesso. Ed ancora, gli stessi consulenti hanno concluso di avere riscontrato, in ogni caso, "una carenza oggettiva rispetto alle necessità di intervento richieste dal diffondersi dell'infezione, delle misure messe in atto dal Pat nel primo periodo dell'epidemia, ovvero fin verso la fine di marzo 2020, per quanto attiene distribuzione di dpi adeguati, formazione dei dipendenti, tracciamento del contagio, conseguenti provvedimenti di isolamento e contenimento".

"All'inizio si occultavano le difficoltà"

Una tempestiva adozione di queste misure, secondo i consulenti, "avrebbe con ogni verosimiglianza limitato la diffusione del contagio all'interno del Pat". Invece, hanno scritto i pm nella richiesta d'archiviazione, "non si può sottacere che alcuni atteggiamenti iniziali del direttore generale del Pat e dei suoi più stretti collaboratori, come emergono dalle dichiarazioni e dalla corrispondenza acquisita, sembrano espressione di una certa sottovalutazione del rischio, in un'ottica che pare diretta, per l'appunto all'inizio del contagio, ad occultare più che a risolvere le difficoltà". Una 'bacchettata' in piena regola.

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