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Mercoledì, 17 Aprile 2024
La storia

La studentessa ucraina partita da Milano al confine ad aiutare i profughi

Il racconto dell'esperienza in frontiera

Vive a Milano da due anni, o quasi. Quando è scoppiata la guerra, la sua famiglia è fuggita dall'Ucraina ma poi il padre ha scelto di tornare in patria, per "fare la sua parte". E lei lo ha accompagnato fino in Polonia. A quel punto ha deciso di rimanere alla frontiera polacco-ucraina per aiutare i suoi connazionali che scappano.

A parlare con MilanoToday è Marta-Mariia Tserkovna, studentessa (è iscritta a un master in relazioni internazionali) e modella ucraina. Ora è tornata a Milano, dopo avere trascorso alcuni giorni come volontaria accogliendo i rifugiati alla frontiera di Medyka e nella città più vicina, Przemysl. "La situazione al confine - racconta - è piuttosto disordinata, anche se, da quello che mi hanno riferito altri volontari, una settimana fa era peggio". 

Malintenzionati

In questi casi c'è il rischio che, nel sistema dell'accoglienza, si infiltrino anche persone malintenzionate. "Diversi 'volontari' non ne avevano l'aspetto, ed avevano obiettivi assolutamente poco chiari su cosa fare e dove portare le persone", racconta Marta-Mariia, aggiungendo che i rifiugiati "possono restare nei centri accoglienza soltanto due notti, con materasso sul pavimento, quindi devono trovare rapidamente un posto in cui trasferirsi". Donne e bambini corrono il rischio di mettersi nelle mani di pedofili o schiavisti sessuali: "I rifugiati, appena arrivati, si fidano delle persone e sperano che qualcuno le porti in un buon posto. Ma donne e bambini rischiano di essere trasportati da pedofili o schiavisti sessuali". 

Interprete

La guerra ha stravolto la vita della famiglia di Marta-Mariia, come quella di tanti altri ucraini. "Tutto andava bene - racconta - fino a quando i russi non hanno iniziato una guerra crudele e malvagia contro persone pacifiche sul territorio sovrano. La consegueza dell'invasione russa ha sradicato la mia famiglia e questo ha avuto un impatto significativo anche su di me. Mi sono chiesta: queste persone sono consapevoli di dove stanno andando? Cosa posso fare per farli stare meglio?". Alla frontiera di Medyka e a Przemysl si è impegnata principalmente come interprete: aiutava presso le bancarelle, alla distribuzione del cibo per chi era appena arrivato, soprattutto parlava con i rifiugiati: "Cercavo di capire le loro esigenze e come potevo aiutarli in modo immediato".

"Aiutare a tornare in Ucraina"

Le chiediamo che cosa l'ha colpita di più durante la permanenza al confine. "Vedere scendere le persone dall'autobus, dopo avere appena attraversato il confine", ci dice: "Avevo paura di guardare i loro occhi, perché erano pieni di lacrime". Marta-Mariia vorrebbe tornare al valico, vorrebbe fare ancora di più. "Ma spero che non ce ne sia bisogno, spero che finisca presto", aggiunge. E racconta le parole che ripeteva un altro volontario: "Sogno di fare la stessa cosa, aiutae le persone, ma a tornare in Ucraina, nelle loro case rinnovate". Lo diceva con le lacrime agli occhi.

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