Carabinieri per la prima volta al Binario 21, con loro Liliana Segre: "Qui si perdeva la dignità"

Prima visita storica dei carabinieri al Binario 21. Ad accompagnare i militari è stata la Segre

Un momento della visita dei carabinieri

Mentre lei parla un treno passa sui binari al piano superiore e fa rumore. Lei si ferma un secondo e tace, resta in silenzio. Quel rumore lo ha sentito che aveva soltanto tredici anni, che era una bambina. E naturalmente non lo ha mai dimenticato. Così, prende fiato, ritrova la voce: "Questa è la colonna sonora di questo posto - dice -. È il rumore dei treni che passano sopra nell'indifferenza di chi c'è dentro". 

Video | La testimonianza di Liliana Segre

Lei è Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento nazista di Auschwitz Birkenau dal binario 21 di Milano. E quel posto è proprio il binario 21, che nel tempo è diventato un memoriale della Shoah. Lì lei è tornata lunedì pomeriggio insieme a centoventi carabinieri del comando provinciale di Milano, che per la prima volta - mai nessuna tra le forze dell'ordine aveva fatto lo stesso - hanno varcato ufficialmente e insieme i confini del museo. 

"Mi trovai arrestata per la colpa di essere nata"

Ad accogliere la senatrice è stato il colonnello Luca De Marchis, comandante provinciale dell'Arma, che ha poi fatto da spalla alla Segre durante tutta la visita. A dare il benvenuto ai militari è stata invece la stessa 88enne, che ha voluto fermarsi davanti alla scritta "indifferenza" che campeggia all'ingresso del memoriale. "La coscienza è il contrario dell'indifferenza ed è qualcosa di grande che va difeso - le sue prime parole - . Fa più danni l'indifferenza che la violenza". 

Video | Il racconto della visita dei carabinieri

E proprio perché non ci sia più "indifferenza", la Segre ha raccontato la sua storia ai carabinieri, che hanno ascoltato in religioso silenzio. "Mi trovai arrestata per la colpa di essere nata - ha spiegato -. Un pomeriggio un tedesco lesse 605 nomi di persone che sarebbero partite il giorno dopo e da quel momento in poi non c'era più nulla da fare. Saremmo partiti per ignota destinazione e la gente aveva paura". 

"Lì inizia la mancanza di dignità"

"Fummo messi sui camion e portati qua al binario 21 - ha continuato la senatrice nel suo racconto dell'orrore -. Era un antro oscuro per animali come animali eravamo noi. In quei vagoni non c'era nulla, solo un po' di paglia e un secchio e il secchio si riempie subito, deborda e lì inizia la mancanza di dignità". 

Quel vagone "venne caricato e portato sopra e quel treno, quel treno della morte, aveva la precedenza su tutto perché tutto era organizzato nei minimi dettagli. Ero la più giovane, non avevo nessuna capacità di sopravvivenza particolare, è solo il caso che mi ha fatto sopravvivere. Io ho conosciuto l'odio ma non ho mai parlato di odio, ho privilegiato l'amore - ha concluso - e invito tutti a scegliere la vita". 

I carabinieri nella Shoah

Vita e coscienza, due "stelle polari" che hanno deciso di seguire anche i carabinieri. "Sono particolarmente commosso di questa opportunità - ha ammesso Luca De Marchis, comandante provinciale dei carabinieri -. Il desiderio era far conoscere ai giovani dell'Arma che prestano servizio in questo territorio una parte importantissima della storia di questa città. Noi vogliamo che mai più nell'animo dell'essere umano alberghi l'indifferenza, la stessa che settantacinque fa fece partire questi treni versi i campi di sterminio mentre sopra la vita scorreva sui suoi binari". 

E la storia dei carabinieri si intreccia, e non poco, con quella della Shoah. "C'è memoria storica dei carabinieri che scelsero la via della clandestinità per seguire l'antifascismo - ha rivendicato il colonnello -. Gli stessi carabinieri hanno subito deportazioni. Il 7 ottobre del '43 le caserme furono circondate e duemila carabinieri furono deportati". 

La lettera e il silenzio

Proprio per quello i militari hanno voluto essere i primi a entrare ufficialmente al Binario 21. "Siamo onorati perché è la prima volta che abbiamo i rappresentati dello Stato con uno schieramento così compatto - ha sottolineato Roberto Jarach, presidente della fondazione Memoriale -. È una dimostrazione di solidarietà che più volte avevamo sollecitato. Siamo molto grati. Questo è un luogo che ha una sua santità, un centro di formazione dei giovani. Ci preme - ha concluso - che la gente prenda coscienza che a Milano c'è questo simbolo che deve diventare un punto di riferimento". 

Come un riferimento storico è diventato Enrico Sibona, uno dei quattro militari iscritto nei "Giusti tra le nazioni", quei non ebrei che hanno messo a rischio la propria vita per salvare anche un solo ebreo.

La sua lettera - una sorta di suo testamento morale - è stata letta da Giulia, giovane maresciallo dei carabinieri di Milano, al termine della visita. Poi, un secondo militare ha suonato il silenzio, proprio davanti a quel binario che aveva visto il "silenzio" di chi partiva senza sapere dove andare. Perché la destinazione di quei treni, almeno per chi era chiuso nei vagoni, era "ignota". E il silenzio - ha ammesso Liliana Segre - a "un certo punto è l'unica cosa che ti resta, né più lacrime né preghiere".
 

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