Visite private a pagamento in ospedale in orario di lavoro pubblico: c'è un esposto

Esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Penale di Milano la “brutta storia” delle visite a pagamento in orario istituzionale, destinato alle prestazioni pubbliche

Repertorio

In un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Penale di Milano la “brutta storia” delle visite a pagamento in orario istituzionale, destinato alle prestazioni pubbliche, che di fatto discrimina gli “utenti non solventi”. Una grave storia di “sovrapposizione” di visite private a pagamento da parte di medici pubblici negli stessi orari destinati alla erogazione dei medesimi servizi in regime pubblico, è alla base di un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Penale di Milano su quanto da tempo sta avvenendo all’Asst San Paolo e San Carlo di Milano: a presentarlo sono state le organizzazioni Unione Sindacale Italiana Sanità (Usi S.), Medicina Democratica, onlus, il Comitato Difesa della Sanità Pubblica di Milano, Città Metropolitana Sud Ovest, assistite dall’avvocato Sergio Onesti. L’esposto, previsto per gennaio, era stato rinviato per la grave emergenza Covid-19. 

Si può fare attività privata in strutture pubbliche?

“La possibilità prevista per legge di svolgere da parte dei medici pubblici attività privata nelle strutture pubbliche, in regime di libera professione, è considerato da noi non molto accettabile: se poi questo avviene al di fuori delle norme stabilite, è ancora più grave, per il danno di altri utenti, presenti in liste d’attesa, previste per l’erogazione delle medesime prestazioni sanitarie, che non hanno la possibilità di accedere a visite a pagamento, in quanto fasce più deboli della popolazione: per cui, di fatto, il superamento delle liste d'attesa vale solo per gli utenti solventi”, hanno dichiarato i rispettivi presidenti delle tre organizzazioni ricorrenti, Giuseppe Petita, Marco Caldiroli e Roberto Acerboni. 

Dopo il blocco delle visite, dovuto alla crisi Covid-19, con la Delibera 973 del 6 maggio 2020, la Direzione Asst ha confermato e autorizzato la ripresa dell’attività in area a pagamento, senza indicare specifici progetti per la riduzione delle liste d’attesa e per una migliore e più adeguata erogazione dei servizi. “Temiamo ragionevolmente - sostengono i ricorrenti- che si possano perpetrare le stesse illegittimità del passato, con le conseguenze che conosciamo, come dimostrano gli atti: per esemplificare, negli anni, al San Paolo, per le prestazioni sanitarie in regime pubblico l’attesa per una semplice ecografia tiroidea poteva essere di 10 mesi o per una risonanza magnetica di 9 mesi”.

Sbilanciamento nei tempi d'attesa tra privato e pubblico

Come aveva attestato nel 2017 il Comitato dei Controlli, organismo interno alla Regione vi era una differenza dei tempi di attesa tra le visite con il ticket e quelle a pagamento, nello stesso ospedale pubblico, pari a 25 volte, un "divario" di prestazioni di cui anche il San Paolo soffriva. Come è noto, la DGR 29/12/99 n. VI/47675 introduce espressamente l'istituto della “Area a pagamento” che viene disciplinato dall'articolo 15 quinquies, comma e sub d) decreto legislativo 502/1992, modificato dal Dlg n. 299/99, che prevede: “la possibilità di partecipazione ai proventi di attività professionali, richieste a pagamento da terzi all'azienda, quando le predette attività siano svolte al di fuori dell'impegno di servizio e consentano la riduzione dei tempi di attesa, secondo programmi predisposti dall'azienda stessa, sentite le équipes dei servizi interessati”. Va aggiunto che tutta la normativa di riferimento prevede l’esercizio della libera professione medica “intramuraria” al di fuori degli orari di servizio pubblico, 8:30 - 16:00, quindi a partire dalle 16:15, obbligo di legge sistematicamente violato da anni al San Paolo, come attesta la copiosa documentazione a base dell’esposto. 

“Non ci si dica che la sovrapposizione degli orari sia un semplice “chiudere un occhio” da parte della Direzione per migliorare e ridurre i tempi di attesa - sostengono i ricorrenti - perché le criticità sono ben altre: molti pazienti non possono pagare, quindi sono discriminati; eseguendo le visite durante le ore di lavoro istituzionale, i tempi di attesa di fatto aumentano e quindi la discriminazione per i non abbienti/solventi si accentua! Si fa, inoltre, confusione fra pubblico e privato, spingendo sempre di più il sistema sanitario nella braccia dei privati di cui la Regione Lombardia come pratica e come ideologia ne è capofila. Risulta inoltre che al personale medico, infermieristico e tecnico non viene corrisposto alcun adeguamento delle retribuzioni per le attività suppletive e gli introiti incamerati vengono impiegati per altri scopi, che nulla hanno a che vedere con la riduzione dei tempi di attesa”. 

Diritto alla salute

Ciò che viene violato in realtà, secondo l’esposto, è il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, che prevede per tutti i cittadini, o meglio per tutte le persone presenti in Italia, di beneficiare delle medesime prestazioni sanitarie, per qualità, quantità e tempistica di erogazione! Di fatto al San Paolo è in atto una strategia aziendale, che da anni privilegia la libera professione, come dimostra lo smantellamento della “Unità Operativa Complessa di Immunologia e medicina trasfusionale”, sostituita dalla “Struttura Complessa Libere Professioni e Marketing”, presente nell’atrio centrale.

“Come denunciamo da tempo - sottolineano i ricorrenti - la recente fusione del San Paolo, un grande ospedale universitario, con il San Carlo, allo scopo di farne un unico polo, in realtà prelude allo smantellamento sia del primo che del secondo. Per questo è nato un Comitato di Coordinamento per avversare tale decisione, di fatto attualmente sospesa per la nota emergenza sanitaria. Forse un esposto non risolve il problema, ma rappresenta un forte richiamo alla giustizia sociale e una denuncia degli abusi di cui sono fatti oggetto i cittadini e vuole essere un segnale efficace nei confronti delle direzioni degli Ospedali e della Regione, perché cambino linea: che sia la Magistratura a imporlo”. 

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