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Esplode la polemica tra Governo e Regione sulla mancata "zona rossa" in provincia di Bergamo

La ricostruzione di Conte e la replica del Pirellone. E il clima "sfavorevole" alla zona rossa tra gli imprenditori, prima dell'8 marzo

Perché non si è fatta la "zona rossa" anche a Nembro e Alzano Lombardo, i due centri dell'epidemia da Coronavirus in provincia di Bergamo? Se lo chiedono praticamente tutti, e da settimane. Sul punto, Regione e Governo hanno alzato il fuoco incrociato. L'una accusa l'altro. A distanza di settimane si può ricostruire la cronologia degli avvenimenti, scoprendo anche dettagli che non si conoscevano da subito.

Il primo a intervenire è stato Giuseppe Conte, il presidente del consiglio, con una lunga ricostruzione inviata a Tpi.it, il quotidiano che per primo ha sollevato il caso. Secondo il premier, la Regione avrebbe potuto creare "zone rosse" in autonomia, e la prova sta nel fatto che il 21, 22 e 23 marzo la Lombardia ha varato ordinanze più restrittive di quelle del Governo. Avrebbe potuto, insomma, farlo anche prima.

La ricostruzione del Governo e quella della Regione

Se i primi contagi all'ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo risalgono al 23 febbraio, l'Istituto superiore di sanità (con una nota del 2 marzo) ha raccomandato la creazione di una "zona rossa" ad Alzano, Nembro e Orzinuovi. Secondo Conte, il 5 marzo la nota dell'Iss è arrivata (in versione più dettagliata) al Governo, che il 6 marzo ha iniziato a riflettere sul superamento del concetto di "zona rossa" e sull'adozione di misure rigorosissime in Lombardia. 

Il 7 marzo (sabato) è stata giornata d'interlocuzioni con le Regioni e i Ministeri. L'8 marzo, infine, l'ordinanza a tutti nota, che "chiude" la Lombardia e altre province attigue. E' poi del 9 marzo il provvedimento generale su tutta Italia. «Le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», scrive Conte a Tpi.it, ricordando che nel Lazio, in Basilicata e in Calabria sono state create "zone chiuse" in determinati Comuni.

Nella serata di lunedì 6 aprile è arrivata la contro-ricostruzione di Regione Lombardia. Che parte da prima, dal 21 febbraio, cioè dal primo contagio nel Lodigiano: in quella stessa giornata il presidente della Regione Attilio Fontana e il ministro della Salute Roberto Speranza hanno deciso la chiusura delle scuole. Il 23 è il giorno, invece, dell'istituzione della "zona rossa" a Codogno. Il 1 marzo, stando a Regione Lombardia, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la Lombardia con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza, reiterando le misure già disposte per i dieci Comuni del Lodigiano». 

Il 3 marzo è la data in cui Regione Lombardia ha «reiterato, tra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato Tecnico Scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Salute». L'8 marzo infine il Dpcm di istituire una "zona rossa" in tutta la Regione, «superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno». La nota di Regione non manca di sottolineare che si tratta del Dpcm «che ha generato il drammatico esodo notturno dalla Lombardia».

In sintesi, dunque, il Governo afferma che la Regione avrebbe potuto muoversi in autonomia sulla "zona rossa"; la Regione replica di averla attesa invano dal Governo.

Altri elementi: cos'è successo fino all'8 marzo

Secondo il Corriere, mentre i dati del 27 febbraio indicano con chiarezza che nella provincia di Bergamo c'è un focolaio anomalo, con Nembro quarto Comune più colpito d'Italia a pari con Casalpusterlengo, che però è in "zona rossa" di Codogno, i report di Regione Lombardia non citano mai focolai bergamaschi. A inizio marzo sembra cambiare qualcosa: mentre la Regione inizia a riportare i focolai di Bergamo, il 3 marzo il Comitato tecnico scientifico si riunisce dopo avere ricevuto la nota dell'Iss che suggeriva la creazione della "zona rossa" bergamasca; nel verbale della riunione sono citati l'assessore al welfare Giulio Gallera e il direttore generale dell'assessorato Luigi Cajazzo, e Gallera conferma di avere chiesto la "zona rossa" al comitato. 

A quel punto, Conte avrebbe chiesto ulteriori approfondimenti pervenuti poi il 5 dall'Iss con la conferma della richiesta della "zona rossa". Il 6, come anche da ricostruzione di Conte, il Governo ha iniziato a riflettere sulla creazione di questa "zona rossa", ma dal Cts prima e, il giorno successivo, con l'interlocuzione con i governatori e i ministri, si è passati all'idea di misure restrittive almeno per tutta la Lombardia.

«Non potevamo muovere noi l'esercito»

L'assessore Gallera, lunedì 6 marzo, ha indicato un altro elemento (non secondario) di riflessione, che rende meno solido l'assunto di Conte secondo cui Regione Lombardia avrebbe potuto decretare "zone rosse" in autonomia. Secondo Gallera, «non rientra nelle competenze istituzionali e costituzionali delle Regioni disporre delle forze dell'ordine e delle forze armate», passaggio obbligato nella creazione di una "zona rossa" sul modello di Codogno.

In altri termini, per creare "zone rosse" nella Bergamasca si sarebbe dovuto adoperare uomini e donne in divisa per presidiare le strade d'accesso, e soltanto il Governo potrebbe disporne l'utilizzo. «La "zona rossa" - ha affermato Gallera - prevede che quell'area venga blindata come a Codogno, con forze dell'ordine che hanno chiuso tutti gli accessi e le attività produttive. Questi due elementi non rientrano nelle facoltà della Regione».

Nella mattinata di martedì 7 aprile, poi, intervistato da Agorà su Rai3, Gallera ha leggermente modificato la sua affermazione: «Ho approfondito ed effettivamente c’è una legge che lo consente», ha spiegato, aggiungendo: «Ma quando arrivano le camionette militari il 5 marzo, noi eravamo convinti che fosse attivata la zona rossa di lì a pochi minuti», pertanto «non avrebbe avuto senso fare un'ordinanza, quando tutti i fatti concludevano che il Governo la stava facendo». Il movimento di militari ad Alzano Lombardo e Nembro, effettivamente, c'è stato.

Il clima "sfavorevole"

Di chiunque sia la colpa, è evidente che c'è stato un cortocircuito. Le due istituzioni (Regione e Governo) non hanno suonato lo stesso spartito. I giorni trascorrevano, i contagiati e i morti aumentavano e nessuna decisione drastica veniva assunta. Nel frattempo in Val Seriana la gente continuava la vita di sempre. Chiuse le scuole, ma aperto tutto il resto. I sindaci erano costretti ad appellarsi al buon senso delle società sportive per sospendere le attività; e a quello dei commercianti perché chiudessero prima del solito. 

Erano anche i giorni (bisogna ricordarlo) del "Milano non si ferma" e "Bergamo non si ferma". I giorni in cui, dopo 48 ore di chiusura di bar e ristoranti dopo le sei di pomeriggio, veniva loro concesso (la sera del 26 febbraio) di rimanere comunque aperti, rispettando un metro di distanza tra i clienti. Erano i giorni in cui la classe imprenditoriale lombarda premeva per evitare ulteriori restrizioni e superare quelle appena stabilite.

Il 27 febbraio, per esempio, il presidente di Arisa-Confcommercio Milano Marco Contardi, in rappresentanza di circa 5 mila palestre, piscine e centri fitness, scriveva: «Non è possibile svolgere qualsiasi tipo di attività fisica e sportiva negli impianti di tutto il territorio. Si tratta di una restrizione fortemente impattante. Arisa chiede di valutare l’apertura di tutte le palestre e centri sportivi per riporre l’attenzione delle Istituzioni non solo allo sport professionistico, ma anche a quello di base, oggi in forte difficoltà a Milano e hinterland».

Sempre il 27 febbraio, il presidente di Federalberghi-Confcommercio Milano Maurizo Naro scriveva dopo un incontro con l'assessora milanese alle attività produttive Cristina Tajani: «Nell’immediato chiediamo che il Sindaco si batta affinché le manifestazioni private all’interno delle strutture congressuali, importanti per i viaggi d’affari, possano essere nuovamente consentite con standard di sicurezza dal punto di vista sanitario».

Il 28 febbraio Silb-Lombardia, in rappresentanza dei locali da ballo, chiedeva di «dare un forte segnale di ripresa alla comunità autorizzando la riapertura dei locali e la ripresa delle attività. È necessario tornare alla normalità e bisogna farlo anche attraverso luoghi di socialità come i locali da ballo».

Il 26 febbraio, senza assolutamente chiedere alcuna riapertura, il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi affermava che «fermare la Lombardia, che era già in forte rallentamento, significa frenare oltre un quinto del PIL italiano e dare un duro colpo a tutta la filiera dell’industria, che rischia di impiegare mesi a recuperare lo svantaggio economico con il resto del mondo».

E in Val Seriana, "zona rossa" mancata, che cosa ne pensavano? Facile rispondere: le imprese promettevano che si sarebbero adeguate a un provvedimento di chiusura ma, in un modo o nell'altro, chiedevano che non venisse preso. Potremmo citare virgolettati e cognomi, ma non è importante. Anche perché, in realtà, almeno dalle dichiarazioni concesse ai giornali locali il 6 marzo da alcuni imprenditori della valle, la preoccupazione maggiore era quella dell'incertezza. Quello stesso giorno, il Governo valutava ormai di non istituire più la "zona rossa" che il 2 marzo l'Iss aveva caldeggiato e il 3 marzo il Cts, sentiti Gallera e Cajazzo, confermato. 

Quasi 4 mila lavoratori, più di 370 aziende, quasi 700 milioni di euro di fatturato. E un limbo, quello dei provvedimenti che non arrivavano, ma di cui tutti parlavano sia sui social sia nei bar, nei luoghi di lavoro. Tutti aperti. 

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