Massimiliano Melley

Opinioni

Massimiliano Melley

Giornalista MilanoToday

Possibile che a San Siro non ci sia 'posto' per Springsteen?

La notizia che il 'Boss' non potrà esibirsi a Milano nel 2022 (probabile ultimo suo tour) perché non vi sarebbe 'posto' ha sconcertato tutti gli appassionati di musica. Il sindaco non può farci nulla?

Bruce Springsteen (foto Craig O'Neail/Wikipedia/CC)

Bruce Springsteen è uno di quelli che hanno fatto la storia dello stadio di San Siro dal punto di vista musicale. Vi si è esibito in tutto sette volte: per un artista d'oltreoceano sono tante. E il suo nome dà lustro al Meazza, visto che parliamo di un artista ai massimi livelli da oltre quarant'anni che piace (molto) a tutte le generazioni. La notizia di questi giorni è che, dopo un 'tira e molla' di trattative dietro le quinte, il 'Boss' non si esibirà al Meazza durante il suo tour europeo del 2022. Tour che, probabilmente, sarà anche l'ultimo della sua carriera. 

Lo ha rivelato il suo storico promoter italiano, Claudio Trotta di Barley Arts, spiegando anche il motivo: la società che gestisce lo stadio (M-I Stadio Srl, compartecipata da Milan e Inter al 50 per cento ciascuna) ha dichiarato che non c'è posto per Springsteen date le rimodulazioni degli altri concerti in programma tra il 2020 e il 2021, rinviati per la pandemia covid. Se nulla cambierà, l'ultima esibizione a Milano di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi resterà quella del 5 luglio 2016. Trotta ha anche dichiarato che il sindaco, il capo di gabinetto e gli assessori competenti (Roberta Guaineri con delega al tempo libero e Filippo Del Corno con delega alla cultura) ne sono perfettamente al corrente. Beppe Sala, chiamato in causa, ha replicato che "il Comune non c'entra nulla", decide M-I Stadio a cui l'impianto è dato in concessione e, se il Comune firma una convenzione, poi non può dire "si fa come voglio io".

Un concerto è un 'fatto' pubblico in un luogo pubblico

In punta di diritto la replica è inoppugnabile: decide la società che gestisce San Siro, non Palazzo Marino, non il sindaco. Possibile, però, che una 'moral suasion' non sia più praticabile? Che una mediazione (come quella a cui s'era reso disponibile l'assessore alla cultura) sia fuori tempo massimo? Non solo gli appassionati del 'Boss' ma tutti i milanesi che comprendono la valenza simbolica (oltre che artistica) di avere ancora Springsteen a Milano si stanno chiedendo se non vi sia ancora tempo per cambiare la rotta: in questo caso, Trotta ha fatto bene, anzi benissimo, a rendere pubblica la situazione. Quando la città viene realmente messa a conoscenza delle cose, si possono muovere energie inattese.

La risposta di Sala, pur rispettosa dei ruoli del Comune (proprietario di San Siro) e di M-I Stadio (che, in forza di una concessione, può farci o non farci ciò che vuole), da questo punto di vista non basta: sembra sottintendere che il Comune di Milano non avrebbe alcun modo di indirizzare un 'fatto' pubblico quale è un evento musicale in un luogo pubblico quale è lo stadio. Lo ribadiamo: non è scartabellando le pagine della concessione che si potrà portare il 'Boss' al Meazza ma, semmai, ragionando sul valore (umano, culturale, musicale e, se proprio vogliamo, anche economico e d'indotto) dell'ultimo concerto del 'Boss' al Meazza. E questo spetta anche all'assessore alla cultura, all'assessora al tempo libero e al sindaco.

Concessioni "vecchie e scritte male"

Tutto sta a concordare sull'obiettivo. Se l'intento è comune, Sala, Del Corno e Guaineri, come ultimi responsabili del bene pubblico (sia la struttura-stadio sia la qualità dell'offerta culturale), possono ancora invitare Trotta e i due amministratori delegati di M-I Stadio, Mark Van Huuksloot e Marco Luigi Lomazzi, attorno a un tavolo. Certamente troverebbero una soluzione. Poi occorrerebbe parlare delle concessioni. Trotta, nel suo intervento, ha detto che "sono scritte male" e "vecchie di trent'anni". Si tratta di documenti importanti perché riguardano proprietà pubbliche di rilievo date a soggetti privati che hanno il compito di gestirle al meglio: se le convenzioni hanno bisogno di una revisione, potrebbe essere il momento di avviarla. O, visto che le elezioni sono alle porte, di prometterla per il prossimo mandato. Ma con un'innovazione: quella di mantenere le promesse elettorali.

Il valore dei beni pubblici trascende quello economico (comunque il Meazza 'rende' circa dieci milioni all'anno a Palazzo Marino) e riguarda la storia, la cultura. Lo stadio fa parte dell'identità milanese e contribuisce a cementarla nel mondo, tant'è vero che lo stesso Springsteen si è detto dispiaciuto dell'ipotesi di abbattimento e ricostruzione. La gestione oculata dei beni pubblici, soprattutto di quelli in concessione, esige trasparenza verso la cttadinanza (e vi sarebbe anche, nella giunta Sala, un assessorato 'dedicato' alla 'partecipazione e cittadinanza attiva'): nel rispetto dei ruoli (il concessionario deve avere libertà d'azione) il Comune di Milano non dovrebbe ignorare che il 'discorso pubblico' sull'uso dei beni di sua proprietà va sempre messo al primo posto.

Atti simbolici per la ripartenza

Non è sempre andata così: si ricorderà il passaggio di consegne del Teatro Arcimboldi, subito prima dell'emergenza covid, con un avviso pubblico dai tempi assai ristretti e con paletti talmente rigidi da escludere quasi tutti i gestori italiani di teatri. Nel silenzio, purtroppo, della maggior parte dei media. In quel caso la cittadinanza non era stata forse abbastanza 'informata' e 'allarmata'; la successiva esplosione della pandemia covid ha messo tutto in secondo piano. Ora il discorso è diverso. Milano, per la sua ripartenza, avrà bisogno di atti simbolici; avrebbe bisogno di non perdere il 'Boss'. Ci riusciremo? Di certo non vogliamo arrenderci all'idea che non ci sarebbe 'posto' per uno come Springsteen.

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