Mercoledì, 22 Settembre 2021
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Siete (siamo) clienti, non più tifosi

I prezzi dei biglietti per le partite Champions del Milan, in attesa di essere rivisti, confermano una verità: il calcio non è, più, lo sport del popolo per il popolo

I presidenti tifosi non ci sono più. I ricconi che spendevano, tanto, per veder vincere quella che era la loro squadra del cuore non esistono più. I Berlusconi e i Moratti che in casa hanno le loro fotografie mentre sollevano al cielo un trofeo sono un ricordo. E anche abbastanza sbiadito. Ma ormai, è inutile girarci intorno, non esistono più neanche i tifosi. Almeno non per le società. 

La pietra tombale l'ha messa qualche giorno fa il Milan, pur senza nessuna colpa "diretta" e con il merito di essere ritornato sui propri passi. In vista delle partite di Champions contro Liverpool, Atletico e Porto, che segneranno il ritorno del Diavolo nell'Europa dei grandi dopo sette anni, il club di via Aldo Rossi ha messo in vendita i biglietti e ha pubblicato sul proprio sito il listino dei prezzi. Tralasciando i posti da vip, le tribune e le poltrone, c'è una voce che più di altre fa specie, impressione: le due curve - con tanto di sconto per i vecchi abbonati - costavano 119 euro. I due settori popolari per assitere a una partita dello sport popolare per eccellenza costavano euro 119. 

Dopo le proteste dei suoi tifosi, la società ha fatto marcia indietro e ha chiesto scusa - apprezzabilissimo e non scontato, per carità - ma è chiaro che la direzione intrapresa dal calcio è quella. Non tifosi, ma clienti. Non tifosi - nel senso letterale del termine, colore che fanno il tifo - ma spettatori da teatro. In una parola: clienti da "spennare". Donne e uomini che assistono a un evento e pazienza se non hanno la passione e la fede di chi quei settori popolari - gli ultras - li rende uno spettacolo nello spettacolo, forse il più bello. 

E il perché di questa direzione, probabilmente senza volerlo, lo ha spiegato sempre il Milan. L'ad Ivan Gazidis ha scritto una lettera ai tifosi - infuriati per i prezzi - e ha spiegato: "Il nostro unico obiettivo è rendere orgogliosi i nostri sostenitori creando una squadra di successo in modo finanziariamente sostenibile". Ecco, affinché un club sia finanziariamente sostenibile, le società - il Milan è solo una delle tante - hanno anche bisogno che i ticket costino tanto, tantissimo. Altrimenti ci sarebbe bisogno di rivedere gli ingaggi mostruosi, i prezzi dei cartellini folli, le commissioni strapagate agli agenti, ma è evidentemente più comodo cercare non più tifosi, ma clienti disposti a pagare migliaia di euro per assistere allo show, anche se magari del Milan - o di chiunque altro - se ne fregano poco o nulla. La sintesi perfetta l'avevano già trovata più di quattro anni fa gli ultras del "Club Africain" di Tunisi. Durante una partita con il Paris Saint Germain dei petrodollari avevano coperto la curva con uno striscione quanto mai emblematico, che definiva il calcio come lo sport "creato dai poveri, rubato dai ricchi". 

E a Milano c'è un'altra incognita in vista, che potrebbe ulteriormente peggiorare la situazione. Il nuovo stadio, se mai si farà, sarà più piccolo, con meno posti e più "salotti". Cosa significa? Che i prezzi aumenteranno, ancora. Lo dice la logica, lo dice l'esperienza - per informazioni citofonare a chi frequenta lo Juventus stadium - e lo hanno lasciato intendere i club quando hanno presentato i progetti di quello che dovrebbe essere il nuovo Meazza. 

Sono scelte, con relative conseguenze, rispettabili e da rispettare. Ma magari sarebbe meglio che i vertici del calcio, italiano e mondiale, la smettessero con la litania che bisogna riportare le famiglie allo stadio e ammettessero che il modello che hanno creato non è per il popolo, ma per le televisioni e per chi può spendere. Se una famiglia - mamma, padre e figlio - volesse andare al Meazza per Milan-Atletico dovrebbe "investire", almeno, una cifra vicina ai 300 euro. Forse sarebbe meglio portare il piccolo di casa a vedere il Centro Storico Lebowski a Firenze o il St. Ambroeus Fc a Milano, "esperimenti" calcistici genuini e veri. Com'era quel simpatico ritornello? "Il calcio è di chi lo ama"? No, forse non più. 
 

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