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Immagine repertorio

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Dal teatro alla Commedia dell'Arte: la storia di meneghino, maschera di carnevale di Milano

Chi è la maschera più famosa

Giacca verde scuro, panciotto a fiori, calzoni corti e scuri e calze a righe rosse. In testa un cappello a tre punte da cui spunta un codino alla francese. È Meneghino, la maschera "di carnevale" simbolo della città di Milano.

Onesto e laborioso: un personaggio semplice quasi sempre descritto come servo e contadino. Tranquillo e istrionico, capace di mimetizzarsi a seconda delle situazione. Obbediente e devoto, capace di saper chiacchierare e stringere amicizia e prendere in giro anche i difetti dei nobili.

Ma dove nasce la figura di Meneghino? Abbiamo cercato di fare un po' di luce. Ecco cosa abbiamo scoperto.

Meneghino, la storia del simbolo

Per poter capire le origini di Meneghino bisogna, in primo luogo, avere qualche nozione di teatro e della Commedia dell'Arte. Quindi: la Commedia dell'Arte nasce in Italia nel XVI secolo (tra il 1500 e il 1600) ed è rimasta popolare sino alla metà del XVIII secolo. Si tratta di spettacoli messi in scena dalle numerose compagnie teatrali in cui non c'erano battute da recitare. In "termini tecnici"? Non c'è un copione, ma un canovaccio, cioè gli attori, chiamati a recitare non in teatri ma all'aperto, improvvisavano le loro azioni in base a delle situazioni già affrontate. Nella Commedia dell'Arte erano "stabili" i personaggi, le maschere, — Arlecchino, Pulcinella, Pantalone — le loro virtù e le loro debolezze, cambiavano trama, battute e gli oggetti di scena, pochi e semplici.

Anche se Meneghino viene comunemente identificato come un personaggio della Commedia dell'Arte ha un'origine completamente differente: nasce come un personaggio vero e proprio; ideato da Carlo Maria Maggi, scrittore milanese vissuto nel Seicento. La sua prima apparizione è nella commedia "Il manco male" del 1695 in cui compare nel prologo e in alcune scene slegate dall'azione principale.

Nel libro "Le rime e le commedie meneghine di Carlo Maria Maggi" di Federico Barbieri (pubblicato nel 1917) viene descritto come un servo. Meglio, "Come quelli che accompagnano in chiesa, la domenica, la dama, con belle maniere tutte personali". Si tratta di un personaggio che non indossa nessuna maschera fisica e non è caratterizzato da nessun trucco particolare.

Meneghino compare anche in altre tre commedie di Maggi: "Il Barone di Birbanza" (1696), "I consigli di Meneghino" (1697) e ne "Il falso filosofo" (1698). Grazie al successo di queste commedia inizia la trasformazione di Meneghino in una vera e propria maschera. Di più: la sua fama eclissa la fama di "Baltramm de Gagian", cioè quella di un contadino rozzo che abitava a Gaggiano.

«Meneghino è un servitore ammogliato, carico di figli, affezionatissimo a' suoi padroni, virtuosamente ridicolo, onestamente codardo, operante ognora con una comica circospezione, e sempre ingannato dal primo furbo in cui si abbatte. Sul teatro Meneghino è il zimbello di tutti gli intrighi: e spande, per modo di dire, la sua dabbenaggine, la sua stupidezza sopra tutti gl'interlocutori. Fuori del teatro poi egli è ancora il protagonista di tutte le poesie locali; e sotto il nome di lui passano quasi sempre i racconti, le canzoni e le satire».

Giuseppe Ferrari, Saggio sulla poesia popolare in Italia, in Opuscoli politici e letterari, Capolago

Dopo la morte del Maggi il personaggio di Meneghino fu utilizzato anche da diversi altri autori, anche se ebbe una piccolo declino. Fu rivitalizzato dal poeta milanese Carlo Porta (Milano 1775-1821) che apportò qualche modifica al personaggio che, se con Maggi aveva dei riguardi verso le figure nobili, con Porta questi riguardi vennero meno.

Il Meneghino moderno

Nell'Ottocento il personaggio di Meneghino fu portato alla gloria da Giuseppe Moncalvo (1781-1859) che inserì il personaggio in ogni tipo di commedia e diede vita a improvvisazione su temi del giorno, dando al personaggio una connotazione patriottica in particolare nel 1848.

«Moncalvo identificò sé stesso in Meneghino, gli diede il suo cuore, la sua pronta e sagace percezione, l'arguzia mordente, lo spirito di ribellione, l'inclinazione alla satira, la tendenza erotica e l'odio indomabile contro tutti gli stranieri in genere, contro gli Austriaci dominatori in ispecie».

Giuseppe Ferrari, Saggio sulla poesia popolare in Italia, in Opuscoli politici e letterari, Capolago

Dopo Moncalvo Meneghino fu interpretato da Luigi Preda, poi da pochi altri personaggi. Il personaggio progressivamente scomparve dalle scene teatrali mentre rimase solo come burattino nel teatro delle marionette. 

«Così col mutare dei tempi e col mutare degli eventi, anche il tipo di Meneghino si modifica e trasforma: il servitore burlone vive ormai col suo secolo XIX, sente la voce della patria, e quando le campane del quarantotto suoneranno a stormo, egli sarà il combattente delle barricate; caduta la maschera grottesca, sarà l'uomo moderno, il pensatore e il martire. [...] Il Meneghino del Maggi, il Meneghino del Porta sono ormai tramontati, e noi li ammiriamo solo come splendide reliquie di un passato che più non torna. Anche Meneghino continuerà la sua evoluzione e si trasformerà: non più simbolo dell'antico ambrosiano, ma personificazione di questa nostra meravigliosa città, che fatta dalla posizione geografica non meno che dalla propria attività emporio internazionale di industrie e di traffici, si trasforma e si rinnovella al potente soffio della vita nuova».

(P.E. Guarnieri, L'origine di Meneghino, in Natura ed Arte)

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