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T'el see che a Milan... ?

T'el see che a Milan... ?

A cura di Enea Rossini

Deportato perché organizzava uno sciopero all'Alfa: la storia di Valletti, mediano del Milan

Ferdinando Valletti fu rinchiuso per 18 mesi nei campi di sterminio nazisti. La sua commovente storia

Tornò a casa e non ebbe nemmeno tempo di cenare: le camicie nere della brigata Muti lo prelevarono e lo portarono a San Vittore. Non riuscì a dire nulla né alla moglie (incinta di dieci mesi) né alla madre. Lo presero e lo accompagnarono prima a San Vittore, poi al binario 21 della Stazione Centrale e infine nel campo di concentramento di Mauthausen. È la storia di «Nando», al secolo: Ferdinando Valletti, mediano del Milan nelle stagioni 1942/1943 e 1943/1944 che riuscì a sopravvivere ai campi di sterminio.

Ma andiamo con ordine. Ferdinando nacque a Verona nel 1921 e durante gli studi giocò nell'Hellas. A 18 anni arrivò a Milano per lavorare all'Alfa Romeo. Proprio all'ombra della Madonnina attirò l'attenzione del «Milano» (questo il nome del Milan durante il Regime) che lo schierò nella rosa ufficiale. Dopo l'armistizio Nando si avvicinò alla Resistenza e in fabbrica distribuiva volantini. In quella giornata di marzo del 1944 doveva convincere gli altri lavoratori a imbracciare le braccia per uno sciopero generale, ma i fascisti lo arrestarono con l'accusa di «attività sovversiva».

«Nando» venne mandato a cavare le pietre, ma quasi subito fu trasferito con gli altri Alfisti a Gusen. Nelle baracche del campo conobbe il professor Aldo Carpi: aveva 57 anni, ma ne dimostrava molti di più. Era poco più che uno scheletro e senza forze. Valletti e altri compagni di prigionia lo aiutarono a sopravvivere alla prigionia sobbarcandosi anche il suo lavoro. 

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