Piccole curiosità, storie, aneddoti e leggende all'ombra della Madonnina

T'el see che a Milan... ? Monforte / Via Abramo Lincoln

Via Lincoln, da villaggio operaio alla "Burano milanese": è un'attrazione turistica

Una strada sconosciuta ai più, vicino a corso Ventidue Marzo, diventa "attrazione" turistica. Ecco la sua storia

(Elleluba, Instagram)

Non sono poche le strade del semicentro milanese composte da villette con facciate di diversi colori. Se ne trovano in zona Fiera e anche a Città Studi, a testimonianza di una scelta stilistica piuttosto consolidata. Ma in via Lincoln - e nell'adiacente via Franklin - la tavolozza pare esplosa fino a trasformare la strada nella Burano milanese, nel "quartiere Arcobaleno" come spesso viene definito.

La via ha acquisito una certa notorietà di pari passo con la ricerca di posti insoliti, abitudine sempre più diffusa presso il turista moderno che non cerca più soltanto i monumenti ma un'esperienza e un'esplorazione urbana maggiormente completa. L'esempio milanese più noto di questo successo dei luoghi caratteristici è sicuramente il vicolo dei Lavandai, un pezzo di Milano di fine Ottocento nel cuore dei Navigli. La ricerca dell'originalità rispetto al tessuto urbano più "tipico" ha poi portato a scoprire via Lincoln.

Non immaginatevi - per ora, almeno - frotte di turisti con la mappa in mano alla ricerca di questa viuzza incastonata tra le vie Archimede e Sottocorno, appena più fuori rispetto alla zona del Conservatorio. Ma la strada comincia ad essere nota anche al di fuori del proprio quartiere e diversi hotel milanesi la indicano ai loro ospiti tra i "luoghi insoliti" in cui spingersi per una passeggiata verso un'altra dimensione della città.

Tonalità pastello e giardini privati

Le tonalità pastello e le persiane alle finestre di queste villette con giardino a due piani, con decorazioni floreali sulle cancellate, il passaggio stretto che non lascia spazio ad auto parcheggiate, ne fanno un'oasi di silenzio e di bellezza a poca distanza dal centro. 

E' difficile immaginarlo ma queste case vennero progettate e pensate nell'Ottocento da una cooperativa edilizia per gli operai che lavoravano nella zona. L'intenzione era quella di realizzare case semplici e a prezzi accessibili. La Società Edificatrice Abitazioni Operaie, Seao, esiste tuttora e il suo primo intervento fu proprio la "Città Ideale" di Porta Vittoria.

Villaggio operaio

Negli anni '80 dell'Ottocento, vicino a corso Ventidue Marzo, c'era un'area dismessa. Qualche anno prima era stata abbattuta la stazione ferroviaria di Porta Tosa, diventata inutile perché nel frattempo era stata costruita la Stazione Centrale (in piazza Repubblica), che aveva sostituito anche Porta Nuova. La cooperativa chiese al governo di acquistare qualche migliaio di metri quadri, ma il governo suggerì una strada più semplice: l'acquisto dell'intera area, circa 100 mila metri quadri. Il presidente della Seao, l'avvocato e deputato della Sinistra Storica Riccardo Pavesi, accettò. La cooperativa versò 270.120 lire dell'epoca.

La "Città Ideale" poteva quindi essere realizzata. A quei tempi non esistevano le "case popolari" e quella delle nascenti cooperative edilizie era l'unica soluzione abitativa a buon mercato rispetto agli affitti liberi, che "mangiavano" gran parte dello stipendio degli operai senza che rimanesse loro nulla in mano. Il ragionamento era semplice: la somma degli affitti pagati da un certo numero di operai poteva costituire un capitale per edificare case a buon mercato. Tanto valeva quindi metterli insieme, in forma di quote di cooperativa. 

Quartiere esclusivo

Successivamente la Seao vendette le abitazioni di via Lincoln che, ora, hanno prezzi di mercato decisamente alti: esclusività (sono poche), centralità (a dieci minuti dal Duomo), originalità (ciascuna diversa dall'altra), dimensioni importanti rispetto a un normale appartamento (ma ci sono anche tagli da meno di 150 metri quadri), giardini privati, strada non di passaggio. Tutte catteristiche che innalzano il costo al metro quadro e restringono la platea di possibili acquirenti.

Era una specie di Shangri-La urbana, chiusa tra le vie Archimede, Calvi, Cellini e Sottocorno: una minuscola isola a ridosso del centro, un’isola snob fatta di vilette a due o tre piani, con giardini lillipuziani e vialetti di servizio sui quali sarebbe transitata con difficoltà una grossa berlina. Le porte ricordavano le pretenziose porte georgiane di certe case di Londra o Dublino, e l’intonaco degli edifici vedeva alternarsi al giallo Milano il rosso veneziano o il bianco sporco. Una di queste villette, i muri bianchi e gli infissi di un nero brillante, recava sulla porta, altrettanto nera e brillante, una targa di ottone con il nome dell’agenzia di pubblicità di Guido Dammacuta. Ne stava uscendo uno che tra zazzera, barba e faccino grinzoso sembrava proprio un entello.
Hans Tuzzi, "Perché Yellow non correrà" (2003)

E' probabile, fatte le debite proporzioni, che questo angolo di Milano prima o poi avrà il successo di Notting Hill. Magari diventerà un "must" del turista-esploratore, una piccola deviazione da via Conservatorio o dallo shopping di corso Venditue Marzo. Su Instagram il "Villaggio Operaio" viene già immortalato parecchio. Non solo dai milanesi. La strada è tracciata.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Via Lincoln, da villaggio operaio alla "Burano milanese": è un'attrazione turistica

MilanoToday è in caricamento