Tentato omicidio all'Eni, mette l'acido nella bottiglia del collega: assolta per vizio di mente

E' l'esito del processo contro la 53enne, ormai ex dipendente dell'Eni, arrestata nel 2018

Repertorio

Vizio totale di mente e quindi assoluzione. Anche se è stata disposta per lei la misura di sicurezza per 3 anni in una 'Rems', un ex ospedale psichiatrico giudiziario. E' l'esito del processo contro la 53enne, ormai ex dipendente dell'Eni a San Donato milanese, arrestata nell'agosto 2018 per aver messo dell'acido nella bottiglietta d'acqua di un collega, poi ricoverato in ospedale.

Con la sentenza del gup Giusi Barbara il tentato omicidio per la donna, accusata anche di stalking ai danni di una collega, è stato riqualificato in lesioni.

La vicenda e l'arresto all'Eni

Gelosie in ufficio mai emerse. Probabilmente, era questo il motivo alla base di quello che gli investigatori non stentavano a definire "tentato omicidio".

La colpevole era stata arrestata per atti persecutori in un primo momento dai carabinieri della Stazione di San Donato, è una signora italiana di 52 anni, E. B., senza precedenti penali. La donna avrebbe svuotato un'intera fialetta di acido cloridrico nella bottiglietta d'acqua di un suo collega, un 41enne.

Solo per fortuna l'uomo, dopo aver preso un sorso di quella che lui pensava essere acqua, è riuscito a sputarla senza ingerirla. L'uomo ha riportato escoriazioni alle papille gustative ed è stato dimesso con tre giorni di prognosi. Se solo avesse ingoiato quel liquido, le conseguenze avrebbero potuto essere drammatiche.

Le indagini dei carabinieri

Nel frattempo, i carabinieri, guidati dal tenente Valerio Azzone, avevano 'congelato' la scena del reato, con la collaborazione dei vertici dell'azienda. Nell'ufficio della vittima c'erano altri colleghi e colleghe. I militari avevano controllato i cassetti e le borse di tutti. L'atteggiamento di E. B. si era dimostrato subito sospetto. Inizialmente aveva finto di non avere le chiavi del suo cassetto, poi una volta aperto aveva minimizzato il fatto che nella borsa avesse una bottiglia di plastica vuota con una scritta aggiunta con un pennarello rosso "AA" e una siringa.

Su entrambi i reperti, sequestrati subito dai carabinieri, le analisi di laboratorio riveleranno mercoledì mattina c'erano tracce dello stesso acido ingerito dall'uomo. Sul suo cellulare poi c'erano diverse ricerche sui vari tipi di acido. Così come nell'agendina personale aveva preso appunti sulla soda caustica e l'acido muriatico.

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Durante le indagini era poi emerso che sia la vittima, sia un'altra collega di 35 anni, avevano già denunciato nell'ultimo periodo di aver ricevuto diverse chiamate anonime. Li chiamavano e non parlavano. Tante volte al giorno. Alla 35enne inoltre erano state imbrattate l'auto e l'abitazione. In casa della 52enne, a San Giuliano Milanese, sono state ritrovate le bombolette incriminate e i tabulati hanno rivelato che le chiamate ai colleghi provenivano dal suo telefono. Per la donna, nubile e senza alcun precedente penale, si erano così aperte le porte del carcere.

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