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Il caso

Alessia Pifferi condannata all'ergastolo per la morte della piccola Diana

Provvisionali da 20 e 50mila euro alla madre e alla sorella

Alessia Pifferi è stata condannata all'ergastolo. Ai giudici sono bastate meno di tre ore per decidere. Per la donna, accusata di aver lasciato morire di stenti la figlia Diana di 18 mesi, i giudici hanno escluso la premeditazione. Provvisionali da 20 e 50mila euro alla mamma Maria e alla sorella Viviana che si erano costituite parte civile e avevano chiesto un risarcimento per 550mila euro o una provvisionale da 100mila euro a testa. Le motivazioni saranno rese note entro 90 giorni. 

L'accusa: "Condannatela all'ergastolo"

Nell'udienza di lunedì mattina la difesa, sostenuta dall'avvocata Alessia Pontenani, aveva chiesto l'assoluzione dell'imputata e in subordine la trasformazione del reato in "abbandono di minore" per la piccola lasciata sola in casa per sette giorni e trovata senza vita il 20 luglio del 2022. Nelle repliche il pm Francesco De Tommasi aveva insistito, invece, sulla richiesta del massimo della pena. "C'è una sola vittima che si chiama Diana, c'è una bugiarda e un'attrice che si chiama Alessia. Vi chiedo - ha detto rivolgendosi alla Corte - di avere pietà di Diana e ad Alessia Pifferi, donna senza speranza, di darle la speranza della pena. Non concedete alcun beneficio perché ha mentito sulla vita di sua figlia, l'ha tradita due volte: quando l'ha lasciata sola e quando in questo processo non si è assunta le sue responsabilità. Condannatela all'ergastolo e avrete dato verità e giustizia a Diana" le conclusioni della pubblica accusa. 

La difesa: "Non c'è stata volontarietà"

"Se mi dovessi togliere questo cencio nero dalle spalle direi che è un mostro, ha fatto una cosa terribile, tremenda. Oggi dalla parte civile viene definita lussuriosa, ma qui non stiamo dando giudizi morali ma per applicare la legge nel miglior modo possibile e per questo vi chiedo l'assoluzione di Alessia Pifferi. È evidente che non volesse uccidere la bambina. Ha avuto una vita terribile, è crescita nell'incuria e nell'abbandono, non voglio accusare nessuno". Inizia così, in aula a Milano, la requisitoria di Alessia Pontenani, l'avvocatessa che tutela gli interessi di Alessia Pifferi.

"Non c'è stata volontarietà: se avesse voluto ucciderla l'avrebbe fatta sparire. Quel maledetto 14 luglio (del 2022, ndr), lei parte con un piccolo trolley, non con due valigie enormi" e lascia sola la bambina per raggiungere il suo compagno in provincia di Bergamo. "Le lascia da mangiare e da bere, la lascia nel suo lettino senza lenzuola, lascia le finestre aperte; poi non sappiamo cosa sia successo, se i piani di questa ragazza madre sono andati in frantumi" aggiunge nel suo intervento in aula a Milano.

Una donna la cui "incuria" e "incapacità di accudire" la bimba viene più volte ricordata dal difensore che invoca l'infermità per la sua assistita che si lascia andare a un pianto silenzioso. "Quel corpicino aveva bisogno di amore e protezione che lei non è riuscita a darle" aggiunge. Ritorna una settimana dopo aver abbandonato la piccola Diana e "non inscena la sparizione della bambina o il rapimento. Avrebbe potuto metterla in un sacchetto della spesa e farla sparire e non se ne sarebbe accorto nessuno perché questa bambina era un fantasma" che nessuno ha mai sentito piangere.

Se l'imputata ha commesso un reato "è quello di abbandono di minore". Ad Alessia Pifferi vanno concesse le attenuanti generiche "perché non ha mai preso in giro nessuno", lei "non ha mai pensato alle conseguenze delle sue azioni tanto che ha dato l'allarme. Avesse premeditato questo delitto orribile non saremmo qui, ma a cercare una bambina scomparsa. Esiste un reato nel nostro codice che è l'abbandono di minore: è il nostro caso, è il caso di Diana".

L'imputata "lo compie la prima volta che va al supermercato senza la figlia, nel primo weekend in cui la lascia sola a casa, nel secondo, nell'ultima maledetta settimana. Sperava, credeva in cuor suo che non sarebbe successo nulla. Era una donna abbandonata a se stessa. Capisco il dolore della famiglia, forse giustificato dal timore di essere chiamati in causa con una forma di corresponsabilità; e forse la corresponsabilità ce l'ha chi l'ha sentita piangere e non è intervenuto o chi per una settimana non si è preoccupato dove fosse questa bambina; tutti sono responsabili" incalza l'avvocata che chiede l'assoluzione e lascia nelle mani dei giudici "Alessia e Diana. È ora che entrambe queste persone sfortunate abbiamo davvero giustizia".

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