Oltre 23mila euro di shaboo in casa: 55enne in cella, fratello e nipote uccisero un "traditore"

Arrestato Salvatore Ruvolo. Suo fratello Luigi e suo nipote Davide furono arrestati per l'omicidio di Glenn Padilla, un grossista di shaboo accusato di essere diventato confidente

L'uomo ucciso nel 2015

I poliziotti lo hanno seguito per un po'. Erano certi, anche per i suoi precedenti, che fosse ancora nel giro, che si guadagnasse ancora da vivere spacciando. Hanno atteso a lungo un suo passo falso e alla fine hanno deciso di fare loro la prima mossa, colpendo nel segno. 

Gli agenti della VI sezione della Squadra Mobile, guidati dal dirigente Massimiliano Mazzali, hanno arrestato Salvatore Ruvolo, italiano di cinquantacinque anni accusato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Le manette per lui sono scattate lunedì sera, quando i poliziotti - che da giorni erano sulle sue tracce - hanno deciso di bloccarlo appena è uscito da casa, un appartamento in zona viale Ungheria. 

Addosso gli agenti non gli hanno trovato nulla, ma in casa il 55enne nascondere 6mila euro in contanti e - su un mobile dietro alcuni attrezzi - 93 grammi di shaboo, la metanfetamina che viene venduta a circa 250 euro al grammo e che è molto diffusa nelle comunità asiatiche, tanto che - la riflessione di Mazzali - "non è così comune trovare uno spacciatore italiano con queste quantità" di droga.  

Il fratello, il nipote e l'omicidio del grossista

Quello dei Ruvolo, però, è un cognome che già in passato si è intrecciato con il mondo dello shaboo. Luigi Ruvolo e suo figlio Davide - rispettivamente fratello e nipote di Salvatore - erano infatti stati arrestati nel 2015 perché coinvolti nell'omicidio di Glenn Padilla, il filippino di trentasei anni il cui cadavere era stato trovato completamente carbonizzato in un campo di Novate

Padilla, avevano accertato gli investigatori, era un grossista di shaboo ed era stato ammazzato proprio a casa dei Ruvolo da padre, figlio e altri tre uomini.

Il branco aveva voluto punirlo perché - almeno questa era stata la motivazione scritta nella sentenza di condanna - la vittima aveva deciso di collaborare con le forze dell'ordine. 
 

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