Giambellino, arrestato l'ultimo antagonista "Robin Hood": era in Messico e stava tornando a Milano

Segnalato dalla Digos e arrestato dai carabinieri a Malpensa

Era l'unico dei nove antagonisti a non essere stato catturato a dicembre 2018, quando è scattata l'operazione "domus libera" contro il racket delle case popolari nel quartiere Lorenteggio-Giambellino. Racket senza lucro, va subito detto, perché i giovani della "Base di Solidarietà Popolare" non prendevano un euro da quelli a cui "aprivano" un appartamento Aler vuoto. Ma lo facevano mossi da "giustizia sociale", come lo stesso gip Manuela Carnevale ammetteva firmando l'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per tutti loro, mentre indagava in tutto una cinquantina di persone.

Lui, B.B., oggi quasi 27enne, non si era fatto trovare. Qualche tempo dopo le sue tracce sono riapparse in Messico, ma non si sa ancora se fosse partito prima dell'operazione o dopo, e (nel primo caso) se si fosse volatilizzato perché aveva "subodorato" qualcosa oppure indipendentemente dalla "domus libera". Fatto sta che, martedì 10 settembre, la Digos ha avvertito i carabinieri: il loro "uomo" stava tornando in Italia da Cancun via Manchester e di lì a poco sarebbe atterrato a Malpensa.

I militari si sono recati allo scalo varesino e, all'atterraggio, in collaborazione con la PolAria lo hanno arrestato e portato nel quartiere Giambellino, dove starà ai domiciliari in esecuzione dell'ordinanza. Ufficialmente non era ancora latitante. Nel frattempo, a giugno, i suoi otto compagni (tra cui tre donne) sono stati rilasciati: per i giudici del processo di primo grado, già in corso, le esigenze cautelari sono venute meno dopo così tanti mesi. 

Motivazioni, dunque, prettamente ideologiche quelle degli antagonisti che, secondo le indagini, si sono resi protagonisti di almeno una cinquantina di occupazioni abusive negli ultimi tre-quattro anni. Mossi dalla ricerca di giustizia sociale e dalla volontà di combattere l'emergenza abitativa nei quartieri di riferimento. 

Video | Il blitz di dicembre nel quartiere

«Nessun fine di lucro, solo ideologia»

E' comunque un reato: assegnare le case popolari spetta al proprietario (Aler in questo caso) che deve segnalare al Comune l'alloggio pronto per essere consegnato a un beneficiario; e al Comune, che "combina" gli alloggi pronti con la graduatoria ufficiale. «Nessuno ha guadagnato soldi ma non ci si può sostituire allo Stato», sottolineava il pm Alberto Nobili, che aveva condotto l'inchiesta scoperchiando il meccanismo ed evidenziando anche la divisione dei compiti tra i nove perseguiti: chi scassinava le porte, chi individuava le famiglie a cui dare le abitazioni, chi "attivava" le utenze.

Video | «C'è Aler, fate silenzio e non parlate»

«Hanno ragione. Abbiamo fatto tutte queste cose. Abbiamo, tramite la solidarietà reciproca, aiutato tante persone con i più disparati problemi. In questa città in cui una stanza in periferia ti costa 600 euro abbiamo incontrato famiglie sotto sfratto, gente che ha deciso di occupare una casa vuota - alcune anche da 10 anni - per non restare più al freddo della strada e che ha ricevuto la nostra solidarietà nel momento in cui Aler e polizia si sono presentati alla porta per ributtarceli».

Così i militanti del Comitato Lorenteggio-Giambellino avevano reagito agli arresti e al blitz: confermando, di fatto, di essere mossi dall'esigenza di "giustizia sociale" e rivendicando il metodo, in una città in cui 10 mila sono le case popolari vuote, non assegnate; in cui uno sgombero costa 10 mila euro; in cui il racket (quello vero, quello di chi si fa dare anche migliaia di euro illegalmente per "sfondare" una casa) non viene debellato.

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