Morte dj Fabo, Marco Cappato dai carabinieri: “Ecco come ho aiutato Fabiano a farla finita”

Il radicale Marco Cappato si è presentato martedì pomeriggio dai carabinieri di Milano

Cappato fuori dalla caserma (foto Lipparini)

Lo aveva promesso e, proprio come fatto con Fabo, ha tenuto fede alle sue parole. Marco Cappato si è presentato martedì pomeriggio dai carabinieri della compagnia di Milano Duomo per autodenunciare la sua presenza, lunedì, al fianco di Fabiano Antoniani, il dj milanese che ha scelto di porre fine alla sua vita in Svizzera

Fabo, cieco e tetraplegico dal 2014 per un incidente stradale, aveva chiesto più volte al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di approvare la legge sul testamento biologico ferma in Parlamento ormai da anni. Al terzo appello caduto nel vuoto, il dj trentanovenne aveva deciso di dire addio a tutti in Svizzera, dove l’eutanasia è legale. Al suo fianco, nell’ultimo viaggio, c’è stato proprio il radicale Marco Cappato, che adesso rischia un’incriminazione per “aiuto al suicidio”. 

L'arrivo di Cappato dai carabinieri | Video

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Un’evenienza, questa, che non sembra spaventare affatto il tesorire dell’associazione Luca Coscioni, che da tempo ormai si batte sui temi di fine vita e testamento biologico.

Alle 14.45, infatti, Cappato si è presentato dai carabinieri per - ha spiegato - “autodenunciarmi” e “assumermi le responsabilità che ne derivano in base ai divieti previsti dal codice penale. Se i fatti che denuncerò determineranno l'apertura di un procedimento penale, speriamo che anche questo serva ad accelerare il dibattito sul tema in Parlamento".

"Il mio obiettivo è portare lo Stato ad assumersi le proprie responsabilità - ha detto l'esponente radicale poco prima di entrare -, perché la soluzione non può essere che se hai diecimila euro e le condizioni di trasportabilità vai in Svizzera, mentre se stai inchiodato a un letto e non hai soldi devi subire o il suicidio nelle condizioni più terribili o una tortura di vita che non vorresti".

"Racconterò - la promessa di Cappato - come ho aiutato Fabo ad ottenere l'assistenza alla morte volontaria. Io non ho girato la testa dall'altra, mi sono preso le mie responsabilità. Anche lo Stato italiano - ha concluso - deve prendersi le sue responsabilità".

L’accusa che rischia Cappato è di “aiuto al suicidio”, articolo 580 del codice penale, per cui sono previste pene dai cinque ai dodici anni. "Valuteremo l'autodenuncia di Marco Cappato quando arriverà in procura - ha commentato il procuratore capo di Milano, Francesco Greco -. Ci sono diversi profili che vanno valutati, compresa la giurisprudenza della Cedu in questa materia".

La speranza di Cappato - ha spiegato il radicale - è quella di "difendere davanti a un giudice quello che ho fatto. Lo potrò fare - ha puntualizzato - in nome dei principi costituzionali di libertà e responsabilità fondamentali che sono più forti di un codice penale scritto in epoca fascista dove non si fa differenza tra l'aiuto a un malato che vuole interrompere una sofferenza e lo sbarazzarsi di una persona di cui ci si vuole liberare. Il Codice penale non fa questa differenza, la Costituzione sì".

Il problema, secondo l'esponente radicale, è tutto politico: "Se i malati terminali potessero bloccare le strade, le stazioni e il traffico come altri hanno fatto, la legge sull'eutanasia - ha concluso - l’avremmo avuta quaranta anni fa".

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