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Il caso è finito in tribunale

Il caso è finito in tribunale

Ha una casa famiglia: per l'Inps è un'educatrice. E deve restituire 21 mila euro

La burocrazia colpisce ancora. Una donna milanese, che ha accolto in casa otto minori insieme al marito, non è considerata "genitrice affidataria" né dall'Inps né dal tribunale

A far del bene, a volte, si rischia di rimetterci. E tanto. 21 mila euro, ad esempio, chiesti dall'Inps a una donna di Milano, Cristina Sacchi, come rimborso per otto congedi riferiti ad altrettanti minori che ha accolto insieme al marito nella casa famiglia che gestiscono.

Sembra tutto ruotare intorno ad un cavillo burocratico. La donna è infatti considerata dall'Inps un'educatrice e non una "genitrice affidataria". Poco importa che non sia affatto un'educatrice nella realtà, e che le case famiglia sorgano intorno a un nucleo formato da una coppia di coniugi.

Cristina Sacchi ha già presentato due ricorsi che però sono stati entrambi respinti dal tribunale, proprio per la sottigliezza della definizione. Le case famiglia, nate ormai da diversi anni, costituiscono una soluzione di welfare fondamentale e devono - per legge - essere strutturate come case vere e proprie e non come comunità. Dunque una coppia di coniugi, nessun educatore professionale, radicamento nel territorio, numero ridotto di ospiti per garantire che il clima resti di tipo familiare.

Poi però l'Inps le equipara a comunità di educatori. Si tratta, come spiega l'associazione Amici dei Bambini (Aibi), di superare un vuoto normativo e riconoscere l'unicità della casa famiglia in tutto e per tutto.

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