Cronaca Via Milano

L'ossessione di Giardiello: "Li devo uccidere, mi hanno rovinato"

L'uomo aveva il porto d'armi anche se i carabinieri erano contrari (ma il loro parere non è vincolante). E all'amico aveva "anticipato" il suo proposito, ma sembravano "sfoghi"

Il Tribunale dopo la sparatoria

Dalle ricchezze sfrenate alla richiesta d'aiuto ai servizi sociali di Garbagnate Milanese, dove si era trasferito dopo la separazione. La parabola umana di Claudio Giardiello, l'uomo che ha aperto il fuoco e compiuto una strage in Tribunale, può essere riassunta in queste poche parole. Una vita rovinata, in bilico, forse ancora più dura da affrontare se col ricordo dei fasti che furono. Già, perché Giardiello era abituato ai soldi: l'appartamento in via Mercato a Milano, per esempio, ma anche quel jet privato affittato all'ultimo momento per una vacanza a Cracovia, dopo avere perso l'aereo.

I servizi sociali di Garbagnate, a cui s'era ultimamente rivolto - lui, ex immobiliarista - per avere un alloggio, gli avevano suggerito di farsi vedere da uno specialista, come emerge dalle ricostruzioni. Evidentemente era stressato e si vedeva. Difficile, altrimenti, che venga dato un simile suggerimento. Ma non è stata la crisi economica a colpirlo. Sì, avrà fatto la sua parte nei tentativi - successivi al 2008 - di rimettersi in gioco, sempre nello stesso settore (edile e immobiliare), ma tutto è incominciato con la battaglia tra ex soci che ha portato al fallimento dell'Immobiliare Magenta.

Ex soci che, secondo le carte del processo, si spartivano, ai tempi, i proventi occulti delle vendite degli appartamenti e delle villette che costruivano. La versione processuale racconta che, ad un certo punto, Giardiello aveva iniziato a pretendere di più; lui che gli altri avevano iniziato a vendere appartamenti e villette a sua insaputa per escluderlo dai guadagni. Di qui la battaglia legale, di qui il processo fallimentare.

Ed è in questa fase che Giardiello inizia a perdere i pezzi della sua ricchezza. E a covare rancore nei confronti un po' di tutti. Gli ex soci, a cominciare dal nipote Claudio Limongelli (che si è salvato), il commercialista, il giudice Fernando Ciampi. Giardiello non stava zitto, non covava rancore in silenzio. Un amico, Gildo Gabrielli, raccoglieva i suoi sfoghi. Che sembravano, appunto, soltanto sfoghi, almeno all'amico. "Li devo uccidere perché mi hanno rovinato". Una frase che può anche sembrare "buttata lì", non realmente pensata. Ma che, invece, era evidentemente un campanello d'allarme pericolosissimo. Perché è esattamente quanto avvenuto.

Un suo ex avvocato, Marco Eller Vainicher, aveva denunciato Giardiello per minacce e violazione di domicilio, nel 2012. Giardiello aveva cercato con la forza di entrare nello studio dell'avvocato, aggredendolo verbalmente e minacciandolo in più occasioni "di farmela pagare". Secondo la denuncia presentata dal professionista, Giardiello era convinto che era stato ordito un complotto ai suoi danni, da parte di alcuni avvocati e del giudice Ciampi.

Aveva il porto d'armi, Giardiello, con l'autorizzazione a usare la pistola al poligono e a detenerla in casa. Col parere contrario, ma non vincolante, dei carabinieri. Col senno di poi, un'altra drammatica ombra di tutta la storia. Un uomo che i carabinieri ritenevano non dovesse avere una pistola, l'aveva. Un uomo che diceva in giro che avrebbe ammazzato Tizio e Caio, li ha ammazzati davvero. Che cosa non funziona nella legge e nella società? Perché non si riescono a fermare in tempo situazioni che - col senno di poi - appaiono non frutto di un impeto di pazzia, ma consolidamenti di lucide riflessioni?

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