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Repertorio

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Un detenuto muore suicida nel carcere di Bollate. Sappe: "Troppi pochi agenti"

Il triste accaduto giovedì pomeriggio. A morire un 50enne italiano

Tragedia al carcere di Bollate dove nel pomeriggio di giovedì 19 febbraio un detenuto si è tolto la vita. A darne notizia il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe). Sul posto sono accorsi i soccorritori di Areu, ma a nulla è valso il loro intervento e non si è potuto fare altro che constatare l'avvenuto decesso della vittima, un 50enne italiano condannato per reati a sfondo sessuale.

"L'uomo è morto suicida all’interno della propria cella e nulla ha potuto fare il personale di polizia penitenziaria su quanto accaduto”. Questo il commento amareggiato di Alfonso Greco, segretario per la Lombardia di Sappe, il primo e più rappresentativo dei 'baschi azzurri'. “Le condizioni lavorative del personale di polizia penitenziaria sono sempre più gravose e, probabilmente, se avessimo maggiori risorse umane insieme ad altre figure deputate alla cura del disagio psicologico si riuscirebbe ad aiutare maggiormente quei soggetti a rischio suicidio - mette in luce il sindacato -. Peraltro, l’ennesimo suicidio di una persona detenuta in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari”.

Donato Capece, segretario generale del Sappe richiama un pronunciamento del Comitato nazionale per la bioetica che su episodi analoghi in carcere aveva sottolineato che "il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere". 

Dopo la triste notizia della morte dell'uomo, il sindacato rivolge il proprio appello alla neo ministra della giustizia Marta Cartabia: “Il nuovo guardasigilli ha un profilo di altissimo livello e a lei chiediamo un cambio di passo sulle politiche penitenziarie. Noi confidiamo molto nel nuovo guardasigilli e auspichiamo che abbia il coraggio che non ha avuto Alfonso Bonafede su due priorità cruciali. La prima: ogni giorno giungono notizie di aggressioni a donne e uomini del corpo in servizio negli istituti penitenziari del Paese, sempre più contusi, feriti, umiliati e vittime di violenze da parte di una parte di popolazione detenuta che non ha alcuna remora a scagliarsi contro chi in carcere rappresenta lo stato. Servono, dunque, urgenti provvedimenti a tutela della stessa incolumità fisica delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria".

"Secondo aspetto - prosegue l'appello - il crescente aumento degli eventi critici in carcere, che vedono spesso coinvolti ristretti stranieri e/o con problemi psichiatrici. Per il primo Sindacato della polizia penitenziaria lasciare le celle aperte più di 8 ore al giorno senza far fare nulla ai detenuti – lavorare, studiare, essere impegnati in una qualsiasi attività – è controproducente perché lascia i detenuti nell’apatia: non riconoscerlo vuol dire essere demagoghi ed ipocriti. E la proposta è proprio quella di sospendere la vigilanza dinamica: sono infatti state smantellate le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali, con detenuti di 25 anni che incomprensibilmente continuano a stare ristretti in carceri minorili. Ed una soluzione va individuata anche prevedendo un circuito penitenziario ad hoc per i detenuti psichiatrici e le espulsioni dei detenuti stranieri”.

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