Manifestazione contro l'Eni: fermati con spranghe e coltelli, 5 denunciati

Al megafono comizi contro il governo: "Non è possibile che ancora oggi lo Stato mantenga un cappellano militare a 140mila euro all'anno"

Il corteo (foto Bosi)

Fermati in tempo. Prima che potessero fare danni seri. Erano in possesso di 27 bastoni, 10 spranghe e un coltello i 5 italiani appartenenti all''area dura' anarchica denunciati sabato 5 maggio a Milano dalla polizia nell'ambito del corteo organizzato contro l'Eni e altre multinazionali.

I 5 sono stati bloccati all'angolo fra via Lario e viale Stelvio, nella zona della manifestazione. In auto avevano bastoni, spranghe e il coltello, poi sequestrati. Sono stati identificati e quindi deferiti per porto abusivi di oggetti atti all'offesa.

La manifestazione contro l'Eni era partita alle 15. Un folto gruppo di persone, diverse centinaia di manifestanti, si era radunato in piazza Duca D'Aosta. In testa, uno striscione con scritto "Fascisti fuori dal mondo, basta guerre e razzismo"; poi molte bandiere della Palestina. L'incontro è iniziato con alcuni comizi sulle "spese militari in Italia" ("Non è possibile che un cappellano militare sia mantenuto dallo Stato a 140mila euro all'anno", è stato detto) e sul "nuovo colonialismo italiano" che affama e distrugge "i paesi del Nordafrica". 

Alcuni antagonisti si sono staccati dallo spezzone del corteo e hanno imbrattato con bombolette vetrine, bancomat e saracinesche dei molti negozi e bar chiusi proprio per il passaggio della manifestazione. Qualche commerciante, infastidito per la perdita dell'incasso di giornata, era già pronto con straccio e detergente per pulire le scritte.

Sono stati insultati anche i giornalisti: "Siete servi, non state nel corteo per evitare incidenti". In piazza oltre alle bandiere anarchiche ci sono state anche quelle palestinesi perché è stato presente un gruppo che protesta per la decisione di far partire il Giro d'Italia di ciclismo da Gerusalemme. Fra gli striscioni esposti uno raffigura un cane a sei zampe decapitato con una scritta in arabo, in francese e in italiano: 'Attacchiamo i padroni e le loro guerre'.

Era prevista - secondo quanto riportato dalla questura - la partecipazione di diverse frange dall'antagonismo militante: anarchici delle frange più dure, e black bloc provenienti da varie altre città italiane ed estere. Ma per fortuna, tranne qualche fumogeno, non si sono verificati incidenti.

Lungo il percorso, forze di polizia e Comune di Milano hanno rimosso cestini e auto, isolando luoghi che potrebbero essere presi di mira, a partire dall'area di servizio Eni di via Galvani, mentre Digos e Nucleo informativo dei carabinieri monitorano l'arrivo degli anarchici.

All'evento hanno partecipato i centri sociali milanesi, i No Tav e i No Tap, centri sociali di altre città, come Torino e Bologna, e gruppi esteri, oltre ad attivisti per la liberazione della Palestina. 

I motivi della protesta

Il grado di attenzione delle forze dell'ordine era quindi massimo, tanto che si era discusso della manifestazione lo scorso 27 aprile al tavolo del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal prefetto Luciana Lamorgese. I ghisa, dal canto loro, avevano sistemato proprio nel quartiere Isola dei cartelli di diveto di sosta con "rimozione forzata per questioni di sicurezza" per evitare che le auto potessero diventare il bersaglio dei manifestanti. 

Manifestanti che - in un volantino - hanno spiegato le ragioni della loro rabbia: "Il governo italiano finanzia i campi di concentramento in Libia e le milizie che li gestiscono. L'Eni e le altre imprese di bandiera cercano di preservare e allargare i loro affari, ricorrendo a qualunque signoria della guerra locale".

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