Presa la famiglia di usurai: mamma, padre, figlio e quei soldi prestati con tassi del 50%

In manette cinque usurai, tra loro un'intera famiglia di Paullo. Almeno 8 vittime. La storia

Due degli arrestati e uno degli incontri con una vittima

Ventimila oggi diventavano 30mila fra tre mesi, 45mila tra sei e oltre 100mila un anno dopo. E sapevano, ne erano certi, che quei soldi prima o poi sarebbero finiti nelle loro tasche perché tra le loro vittime erano "rispettati": quel rispetto che si guadagna con la forza, quel rispetto che sa di paura. Tanto è vero che nessuno degli imprenditori finiti nella rete ha mai trovato il coraggio di affrontare o, almeno, di denunciare i loro usurai. 

Nonostante questo, però, i carabinieri sono riusciti comunque a incastrarli, ad arrestarli tutti. In manette, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, sono finiti quattro uomini e una donna, tutti accusati a vario titolo di "associazione a delinquere finalizzata alla commissione di plurimi delitti di usura ed estorsione aggravate". 

Video | Un incontro tra una vittima e gli usurai

I soldi prestati con tassi del 50%

Si tratta di Giuseppe A., un 37enne titolare di un bar a Paullo, Raffaele F., un 51enne di Mediglia considerato dagli inquirenti uno dei capi dell'organizzazione, Vincenzo S., un 58enne originario di Agrigento ma da anni residente a Paullo - l'altro "boss" del gruppo -, sua moglie Mariagrazia, coetanea e messa ai domiciliari, e loro figlio 30enne Giovanni. 

L'organizzazione era divisa in maniera gerarchica: Vincenzo S. e Raffaele F. erano i "riferimenti", gli organizzatori, mentre tutti gli altri si occupavano della riscossione del denaro, con Giuseppe A. che metteva a disposizione proprio il suo bar per gli incontri tra strozzini e "clienti". 

I fari dei militari sui cinque si sono accesi a settembre scorso mentre gli uomini del nucleo investigativo lavoravano su un'altra inchiesta e si sono imbattuti in uno degli imprenditori che aveva ricevuto soldi in prestito dalla famiglia di usurai e dai "soci".

La "famiglia di Quarto" 

Da lì i carabinieri sono risaliti ad almeno altre sette vittime e hanno iniziato a intercettati i cellulari degli strozzini e a controllare i loro movimenti. L'indagine ha restituito un quadro di denaro, violenze e minacce. I soldi venivano prestati con un tasso al 50% per ogni trimestre e anche un solo giorno di ritardo sulla "rata" significava l'aumento degli interessi per le vittime. Vittime che si conoscevano tutte tra di loro - "erano arrivati agli usurai col passaparola", la riflessione di uno degli investigatori - e che praticamente ogni giorno venivano minacciate con telefonate dal tono decisamente chiaro. 

E quando le minacce non erano sufficienti, gli arrestati facevano riferimento a una presunta "famiglia di Quarto Oggiaro" che aveva pensato ai soldi e che per quello aveva necessità di recuperare il denaro, con le buone o con le cattive. 

Gli imprenditori nelle mani dei strozzini

Nelle mani dei cinque erano finite - soltanto da settembre 2019 a oggi - almeno otto persone: tutti piccoli imprenditori che avevano avuto problemi economici e che non riuscivano ad avere accesso a prestiti o finanziamenti delle banche. 

Così, convinti di aver trovato un aiuto in quelli che poi sarebbero diventati i loro aguzzini, si erano affidati agli usurai, che sembra fossero attivi da almeno fine 2016.

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In tre o quattro mesi di lavoro, stando ai calcoli dell'inchiesta che si è concentrata proprio su quel periodo, i cinque avevano mosso almeno 200mila euro: tutto denaro che avevano prestato alle loro vittime e che era "cresciuto" giorno dopo giorno, di pari passo con le minacce. 

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