"Froc..., ricch...": uomo quasi ucciso a calci e pugni dal branco dei neofascisti milanesi

Il pestaggio in Salento. Cinque indagati, quattro sono esponenti della destra giovanile

Una manifestazione di blocco studentesco - Foto repertorio Il Piacenza

Una folle sete di sangue e violenza. Una brutale aggressione in cinque contro uno ripetuta due volte nel giro di pochi minuti. Un pestaggio mostruoso, senza fine e senza motivo. Un pestaggio sul quale ci sono la firma del neofascismo e dell'omofobia. 

Cinque ragazzi, quattro milanesi e un salentino, hanno ricevuto giovedì l'avviso di chiusura indagini a loro carico, con il reato di tentato omicidio, perché accusati di aver picchiato lo scorso 10 agosto a Santa Cesarea Terme - in Salento - un uomo di quarantatré anni che era stato massacrato di botte e lasciato esanime a terra in strada.

Nelle carte del pm, che di solito precludono a un rinvio a processo, sono finiti Edoardo S. - un 26enne di Trepuzzi - e quattro ventenni meneghini che erano in Puglia in vacanza. Si tratta di Stefano D.A., ventitré anni, Christian B., ventiquattro, Riccardo D.F., ventidue e Bruno L. F., venti.

"Atti diretti a cagionare la morte"

A descrivere quella sera di follia del gruppo ci pensano le parole del pubblico ministero Luigi Mastroiani, che sottolinea come il branco "poneva in essere atti diretti in modo non equivoco a cagionare la morte" del 43enne. 

Un 43enne che è stato colpito con un "violento pugno sull'occhio sinistro" e poi, mentre era a terra, "ingiuriato appellandolo a più riprese" con i termini "frocio e ricchione". E ancora: i cinque - sempre stando alle indagini - lo picchiavano "brutalmente con calci e pugni, anche sul capo, lo afferravano per il lobo dell'orecchio sinistro, provocando perfino un distaccamento del detto organo, e lo trascinavano per diversi metri". 

Il secondo pestaggio

A quel punto, la vittima - approfittando di un attimo di distrazione del gruppo - era fuggita e aveva chiesto aiuti ad alcuni ragazzi che si erano ritrovati a passare di lì in auto. 

Ma in pochi istanti il branco aveva di nuovo raggiunto la "preda" e aveva dato nuovo sfogo alla violenza, dopo avergli detto "ma cosa fai? Racconti cosa ti abbiamo fatto?" per poi massacrarlo ancora a calci e pugni e - sottolinea il pm - "renderlo esanime". 

I segni di quel pestaggio sono riassunti perfettamente nella cartella clinica del 43enne: "Frattura orbita e osso temporale sinistro, ematoma palpebrale, emorragia giuntiva, ferita lacero contusa padiglione auricolare sinistro e regione mentoniera, escoriazioni multiple". 

Violenza e politica

A ridurlo così, secondo gli accertamenti dei carabinieri e degli inquirenti, sarebbero stati proprio il salentino e i quattro milanesi, uno dei quali - l'unico a parlare - ha cercato di giustificare il pestaggio con un presunto approccio sessuale che la vittima avrebbe avuto con uno di loro che, ubriaco, era andato a riposare in auto fuori dal locale, proprio nel punto in cui poi era partita l'aggressione. Ma di quell'approccio negli atti di chiusura indagine non c'è traccia.

Di tracce nel passato dei quattro lombardi, però, ce ne sono altre. I giovani meneghini sono tutti ragazzi di buona famiglia e, soprattutto, sono tutti già conosciuti alla Digos, che i loro nomi li associa al mondo dell'estrema destra giovanile. Violenza omofoba e politica, quindi.

"Siamo fascisti, certo"

E, in effetti, uno di loro - il 20enne Bruno L. F. - si è spesso esposto come responsabile della sede locale di "Blocco studentesco", l'emanazione liceale e universitaria di "CasaPound", tanto è vero che il suo nome e cognome sono presenti sul sito alla voce contatti. Ma non solo. Perché a maggio scorso ha segnato anche un'altra tappa della sua giovane carriera "politica", presentandosi alle elezioni accademiche dell'università Cattolica.

Lui e altri tre del gruppo - tranne il 23enne milanese - hanno deciso di affidarsi all'avvocato Jacopo Cappetta del foro di Milano, già noto per aver difeso spesso la curva Sud del Milan e per essere stato il legale di alcuni degli imputati, poi assolti, per il saluto romano fatto durante la manifestazione in memoria di Sergio Ramelli nell'aprile del 2014. 

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A febbraio scorso, intervistato da Vanityfair per un lavoro su Blocco Studentesco, Bruno L. ci aveva tenuto a sottolineare: "Siamo fascisti, certo". Ora lui e gli amici sono indagati per tentato omicidio "con l'aggravante di aver commesso il fatto per motivi abietti consistiti nel percuotere la vittima e discriminarla in ragione del suo orientamento sessuale". 

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