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Milano: "mamma Isis" pentita sceglie il processo con rito abbreviato

Catturata dai Ros nel campo profughi siriano di Al Hol, la donna è accusata di essere una foreign fighter. Fuggì in Siria col marito e i figli nel 2015

Soprannominata "mamma Isis", ritrovata e arrestata dai carabinieri del Ros in un campo profughi siriano a fine settembre 2020, subito rimpatriata insieme ai quattro figli, Alice Brignoli ha scelto di andare a processo con il rito abbreviato, dopo che i pm del pool antiterrorismo Alberto Nobili e Francesco Cajani avevano ottenuto il rinvio a giudizio. E' accusata di associazione a delinquere con finalità di terrorismo. 

La donna, oggi 43enne, nel 2015 partì dal Lecchese per la Siria con il marito, l'italiano di origine marocchina Mohamed Koraichi, e i tre figli. In Siria nacque poi il quarto bambino. Brignoli e Koraichi si unirono allo Stato islamico dell'Isis, lui come combattente, lei occupandosi dell'educazione dei figli alla causa del jihad. Poi le forze anti-Isis conquistarono la città di Raqqa, che era stata la "capitale" dello Stato islamico, costringendo la donna a scappare insieme ai figli e a migliaia di abitanti della città. Nel frattempo il marito morì per una infezione intestinale.

Catturata dalle forze curde e portata al campo profughi di Al-Hol, venne rintracciata dai carabinieri e portata in Italia. Il campo in questione è molto pericoloso per i cosiddetti "pentiti" dello Stato islamico: le forze arabo-curde che lo controllano non riescono a garantire appieno la sicurezza interna, ed i "pentiti" rischiano la vendetta da parte degli irriducibili. Secondo le indagini del Ros, il marito sarebbe stato un "pezzo grosso" dello Stato islamico, in grado ad esempio di arruolare persone che avrebbero potenzialmente compiuto attacchi terroristici nei Paesi in cui vivono, tra cui l'Italia.

La donna, al momento della cattura e del rimpatrio, si dichiarò «felicissima» di tornare nel nostro Paese, affermando che l'adesione all'Isis era stata «un grosso errore» e che, pur mantenendo la fede islamica, non si definiva più radicalizzata. Provò anche a smentire di avere educato i figli alla jihad, ma i magistrati del pool antiterrorismo Alberto Nobili e Francesco Cajani avevano in mano le fotografie che ritraevano i figli in divisa mimetica e il maggiore anche con un fucile in mano. Il Tribunale dei Minorenni di Milano decise di toglierle la custodia dei bambini, attualmente collocati in una comunità per minori del Comune di Milano.

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