Cronaca Forlanini / Via Corelli

Operatore racconta la vita nel Cpr di via Corelli a Milano: "Persone trattate come bestie feroci"

Lunga lettera scritta da una persona che ha lavorato lì dentro e poi ha deciso di denunciare tutto agli attivisti di Mai più lager - NO ai CPR

Le persone chiuse dentro il Cpr di via Corelli vivono in condizioni indegne. La vita all'interno non è paragonabile nemmeno al carcere. Al di là del fatto che l'unica colpa di chi è trattenuto nel Centro di permanenza per i rimpatri è quella di non avere documenti in regola per restare in Italia. L'ultima testimonianza sulla gestione lacunosa della struttura arriva da una lettera di un operatore che in via Corelli prestava il suo servizio. 

La lettera è stata pubblicata dagli attivisti di Mai più lager - NO ai CPR, gli stessi che nei giorni scorsi avevano condiviso un video girato all'interno della struttura da un ospite: si vedeva un lunga scia di sangue misto ad acqua sul pavimento di un cortile. Dalla lettura della missiva è evidente come le condizioni di lavoro per gli operatori siano proibitive. Così come le condizioni di chi è rinchiuso contro la sua volontà. Perfino le forze dell'ordine avevano criticato la gestione del centro e la sua pericolosità.

Lettera di un operatore del Cpr di via Corelli

Nella lettera, ricevuta dal gruppo qualche tempo fa, l'operatore racconta diversi episodi che ben semplificano lo stato delle cose. Ma dall'incipit del testo il suo giudizio è netto: "Il Cpr - scrive - è una prigione, però non si può dire, si deve dire Centro di permanenza per il rimpatrio. E non si può dire prigionieri, e neanche detenuti, bisogna dire trattenuti. Se no probabilmente la cosa diverrebbe inaccettabile. Qualcuno dice anche ospite... Questa mi sembra la peggiore. Fuori di lì nessuno sa cos’è, questo anche fa impressione".

"E ho notato - prosegue - che la maggior parte della gente che ci lavora, forze dell’ordine comprese, cominciano a pensare che 'qualcosa devono pur aver fatto, per essere qui'. Perché, se invece pensi che sono degli innocenti a essere trattati così, staresti troppo male. Vengono portate al Cpr anche persone straniere che escono dal carcere dopo aver scontato la loro pena, e ci si domanda: perché devono subire ancora mesi di reclusione? Alcuni poi non verranno rimpatriati perché non ci sono accordi coi paesi di provenienza. Allo scadere dei tre mesi (o più) verranno messi in strada con un documento che gli impone di lasciare l’Italia entro sette giorni. Senza soldi, senza passaporto".

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Immagini dentro il Cpr

Meglio il carcere del Cpr

"Chi è stato in prigione dice che si stava meglio lì, c’era la palestra, la biblioteca... Le condizioni igieniche erano migliori. Qui i ragazzi - rivela l'ex operatore - vengono spogliati all’arrivo di ogni effetto personale, del cellulare, e non hanno niente da fare tutto il giorno se non parlare e dormire e guardare la televisione in italiano. Il telecomando però non è in loro possesso, devono chiamare un operatore per cambiare canale. Chiamare, come si fa? C’è un citofono mal funzionante - spiega - oppure si possono dare pugni o calci alla porta di acciaio che fa un bel rumore. A volte però non abbastanza forte da essere sentito. Quando gli si dice, all’arrivo, se hai bisogno chiama, gli si dice una bella frase rassicurante ma che poi risulta falsa".

"Gli arrivi sono strazianti: i ragazzi, che già hanno fatto il viaggio in barca e la quarantena su una nave, sono in viaggio da tutto il giorno, hanno aspettato ore sul pullman, vengono fatti spogliare completamente e rivestiti con indumenti (di pessima qualità) dati dall’ente gestore. Questo - specifica l'operatore - è durato circa tre mesi, dopo di che il garante ha dichiarato illegale questa procedura. Allora adesso gli dicono, se vuoi puoi tenere i tuoi vestiti ma li devi lavare tu. Quello che sfugge alla polizia viene tolto in ambulatorio dal medico: un anello, il piercing per fortuna non è venuto via e glielo hanno lasciato, le lenti a contatto (perché la scatolina potrebbe essere pericolosa)... Quando il ragazzo si toglieva le lenti - ricorda e descrive - veniva da piangere anche a me, pensavo, ma dove sono?".

Non sono garantiti i diritti base come la salute

"I ragazzi a volte piangono, davanti a tutti, hanno pagato tanti soldi per il viaggio e rischiato la vita e non capiscono perché adesso siano qui. Al medico che si informa sul loro stato di salute, chi ha qualche malattia spiega tutto per filo e per segno nella speranza di essere curato. È pietoso - scrive il testimone - vedere come raccontino i loro problemi senza sapere che non verrà fatto assolutamente niente per curarli. Al massimo gli si darà qualcosa per il mal di denti o mal di testa. Solo in casi proprio gravi la persona è stata mandata in ospedale e dichiarata l’incompatibilità con la detenzione".

"A ciascun nuovo arrivato - riferisce - viene data una coperta (se c’è’), delle lenzuola di carta (la federa è impossibile da mettere perché non scivola sul cuscino dì gommapiuma) che si rovinano dopo un giorno, un asciugamano (se c’è), un giubbotto, una tuta più un’altra per dormire, un paio di mutande, un paio di calzini cortissimi, uno spazzolino da denti e dentifricio, tre bustine di sapone shampoo, delle ciabatte di plastica e delle scarpe di plastica".

"I primi hanno ricevuto indumenti nuovi, gli altri poi usati. Anche le mutande e calzini tutti macchiati, gli asciugamani tagliati, le felpe bucate o senza cerniera. Niente rasoio, per radersi si deve aspettare un operatore che abbia il tempo di stare li. Il risultato - prosegue la missiva di denuncia - è che tutti hanno la barba lunga. Il cambio avveniva una volta alla settimana. Quando si è fatto notare che una volta era troppo poco hanno fatto due volte alla settimana: lunedì la tuta, giovedì le mutande. Nei primi tempi i prigionieri sono stati per tre settimane senza coperte, e faceva freddo".

sit in cpr corelli - foto mianews-2

Manifestazione contro il cpr

Il covid e i tamponi

"La visita medica - sottilinea nel suo racconto - è una formalità. Fra l’altro viene fatta circondati dalle forze dell’ordine, la privacy qui non esiste. Si rilevano i parametri e anche se sono alterati si dice: sono stanchi, stressati. Ci sono ragazzi detenuti da mesi che ogni giorno prendono antinfiammatori e non dormono per il mal di denti che non sono mai stati mandati dal dentista. Il presidio medico è li per legge, non si curano le persone, ma si fanno i tamponi che permettono il rimpatrio. Qualcuno dei prigionieri ha capito che senza tampone non può essere rimpatriato e allora si rifiuta di farlo".

"Gli agenti dell’immigrazione - scrive l'ex operatore - hanno chiesto il permesso di farli per forza (non conosco la risposta ma spero sia stata negativa). A un ragazzo che si rifiutava un agente ha detto: tu sei nato in Tunisia, lì dovevi restare, anch’io avrei voluto nascere in Germania ma purtroppo sono italiano. Solo dopo più di un mese dall’apertura del centro all’arrivo viene dato un foglio informativo con una carta dei diritti. Niente viene rispettato, non si riesce a far telefonare tutti, non c'è informazione, gli orari dei pasti variano ogni giorno, neanche il misero cambio dei vestiti è puntuale, c’è chi non ha l’asciugamano, chi non ha il sapone".

"Le persone sono diventate 'pericolose'"

"Si rinchiudono delle persone tranquille in ambienti freddi e sporchi, senza niente da fare tutto il giorno, senza contatti e senza informazioni, li si tratta come delle bestie feroci (sempre scortati dalle forze dell’ordine, tutti si devono spostare dalle porte quando vengono aperte, perquisizioni quando si entra e si esce anche dall’ambulatorio), poi le persone - scrive nelle sue considerazioni l'ex operatore - si ribellano e bruciano e distruggono, cosi arrivano ancora più forze dell’ordine in assetto anti sommossa, e le persone sono diventate 'pericolose' e il giro si chiude".

"Secondo me - riflette - ci sono due aspetti problematici: da un lato la prefettura che istituisce questi posti che non dovrebbero esistere con dei requisiti minimi (pochi operatori, traduttori etc), dall’altro lato l’ente gestore che risparmia al massimo su tutto e offre meno del minimo. Ad esempio se in turno ci devono essere due operatori, uno potrebbe essere un amministrativo che fa il suo lavoro d’ufficio ma sulla carta risulta come operatore. In realtà l’altro operatore lavora da solo e lavora male".

"Sulla carta - denuncia - c'è un mediatore culturale, peccato però che non parli arabo che è la lingua necessaria perché il 99% delle persone è tunisino. Non c’è mai stata un’impresa di pulizie. A un ragazzo che da solo avrebbe dovuto pulire quegli ambienti enormi, senza macchinari appositi, hanno chiesto, non hai un aspirapolvere a casa da portare qui per aspirare i pezzetti di vetro? Gli ambienti sono sommersi nella spazzatura. Nei locali non ci sono sacchetti o cestini per la spazzatura. Spesso gli avanzi del pasto precedente sono ancora sui tavoli quando si consegna il prossimo. Ho visto ragazzi pulire i tavoli con una maglietta bagnata".

Cpr di via Corelli-2

Il centro dopo una delle rivolte

Razzismo ma anche brava gente

" (...) Fra gli agenti semplici ci sono bravi ragazzi, gentili ed educati, ma anche persone ignoranti, aggressive e razziste. Una volta - riferisce ancora l'ex operatore - A., che parlava un francese perfetto ed era gentile ed educato, uscendo dal settore vede tutti i finanzieri che presidiavano il corridoio, dice 'Bonsoir', tutti l’hanno guardato come se fosse un marziano e naturalmente nessuno gli ha risposto. In ambulatorio, a un ragazzo sdraiato sul lettino perché aveva ingerito un corpo estraneo, un agente ha detto, tu non devi morire qui, devi morire in Tunisia".

"Una volta ero nel settore insieme ai ragazzi, ho passato del tempo con loro, poi sono stato ripreso dal sovraintendente di polizia. E perché non si può stare insieme? Perché questo è un Cpr. Quando li ho salutati l’ultima sera di lavoro - conclude la lettera - uno di loro mi ha detto: mi dispiace che tu vada via, tu sei gentile con noi, ci saluti".

Un documento, la missiva dell'operatore, che conferma e si aggiunge alle altre denunce emerse da quando il Cpr di via Corelli ha riaperto ed è diventato operativo. Da quando proprio coloro che adesso pubblicano la lettera dell'ex operatore lo definivano la Guantanano nella città di Milano.

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