Mafia e professionisti "attigui" nella relazione annuale della Dia sulla Lombardia

Nel 2019 condannati un oculista pavese che aiutò un boss con una falsa attestazione e due intermediari finanziari che fecero pestare un debitore

Repertorio

Sono venticinque le "locali" della 'ndrangheta tra le province di Milano, Como, Monza-Brianza, Lecco e Varese. E, nonostante processi e condanne, la loro presenza sul territorio appare sempre radicata. Emerge dalla relazione annuale della Direzione investigativa antimafia al Parlamento italiano, che come di consueto è strutturata in "focus" regionali. 

E come ormai accade puntualmente, il traffico di stupefacenti è sempre tra le attività "preferite" dalle organizzazioni mafiose. Nel 2018, secondo la relazione annuale 2019 della direzione centrale dei servizi antidroga, in Lombardia si è effettuato il 16,02% delle operazioni antidroga a livello nazionale, con il 7,21% delle sostanze sequestrate e il 14,05% delle persone segnalate alla giustizia. 

Tra i vari aspetti della lotta alle mafie, la Dia sottolinea l'emergere delle figure di professionisti "compiacenti", non direttamente affiliati alle organizzazioni ma a volte determinanti per «l'operatività della criminalità mafiosa». Due gli episodi citatii dalla Dia nella sua relazione. Il primo è quello di un oculista di primaria importanza di Pavia, condannato ad oltre dieci anni di reclusione dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per concorso esterno in associazione camorristica e false attestazioni all'autorità giudiziaria. La condanna è arrivata nel mese di febbraio del 2019 per un fatto risalente al 2008, quando il luminare firmò una falsa certifiazione per un boss del clan Setola che permise a questi di ottenere i domiciliari in una clinica da cui fuggì.

Da quella fuga scaturì una "guerra camorristica" che, tra l'altro, ha fatto alcune vittime incolpevoli, come l'imprenditore Domenico Noviello e sei cittadini ghanesi uccisi nella cosiddetta "strage di Castel Volturno". Senza l'attestazione di quel medico, il boss non avrebbe potuto procurarsi la fuga e dare inizio alle stragi.

Il secondo episodio è milanese e riguarda due professionisti condannati nel mese di maggio del 2019. Si trattava di due intermediari finanziari, un uomo e una donna, condannati rispettivamente a oltre tre anni e a sei anni di reclusione, che secondo l'accusa avevano ordinato il pestaggio di un altro intermediario per riscuotere un credito, vantando legami con le cosche Pesce e Bellocco. E i tre autori materiali del pestaggio erano finiti in inchieste sul narcotraffico.

Mafie "globalizzate" con professionisti contigui

«La presenza dei professionisti - si legge nella relazione della Dia - si inserisce in una più ampia strategia mafiosa (sempre meno incline a manifestazioni eclatanti) che si avvale dei processi di globalizzazione. Un fenomeno, quest’ultimo, che se da una parte ha potenziato le opportunità di sviluppo per le imprese legali, di contro ha facilitato l’espansione delle mafie sui mercati internazionali, che hanno sfruttato la disomogeneità normativa dei diversi Paesi».

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Per la Dia, «la sfida alle mafie deve puntare ad individuare gli obiettivi "imprenditoriali" delle organizzazioni in una visione internazionale, cercando di combatterle con una strategia sinergica condivisa tra tutti i Paesi anche al di fuori dell’Unione Europea».

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