Cronaca Porta Magenta / Piazza Gaetano Filangieri

Gravemente malato, arrestato e mandato in carcere: va in coma e muore tre giorni dopo

La vittima, un uomo arrestato perché in possesso di un'arma, era affetto da una grave forma di cirrosi epatica ma è stato comunque mandato in cella. La denuncia della camera penale

L'uomo era detenuto a San Vittore - Foto repertorio

É riuscito, almeno quello, a dire addio ai suoi familiari. Ha avuto la forza di salutare i suoi parenti da un letto di ospedale prima di andare in coma, dal quale non si è mai più svegliato. Quegli stessi parenti che non vedeva da tre giorni, da quando era stato arrestato e mandato in cella a San Vittore nonostante il suo precario stato di salute e nonostante una cartella clinica che - secondo il suo avvocato - dimostrasse appieno la sua incompatibilità con il regime carcerario. 

Eppure S.R., arrestato perché trovato in possesso di un’arma e già noto alla giustizia per qualche piccolo precedente “lieve”, in cella ci è finito e da lì è uscito soltanto per andare all’ospedale San Paolo, dove poi è morto. 

“Oggi piangiamo l’ennesima vittima di un sistema processuale che consente l’abuso della misura cautelare custodiale”, denuncia in una comunicato la “Camera penale di Milano”, che ha reso nota la tragedia. 

Le strade di S.R. e della giustizia si sono tragicamente incrociate venerdì 27 maggio: l’uomo viene fermato per possesso illegale di un’arma e, il giorno dopo, l’arresto viene convalidato con trasferimento immediato a San Vittore. A nulla valgono le richieste del suo avvocato, che cerca di puntare sul suo precario stato di salute. 

Due giorni dopo, però, la situazione precipita. Il detenuto, che soffre di cirrosi epatica e ha subito cinque interventi chirurgici, sta male e viene trasferito al San Paolo. Lì, solo dopo qualche ora, viene autorizzato un colloquio coi parenti e - “a fronte di tale sopravvenuto stato di morbilità” - viene revocata la misura cautelare in carcere. 

Ormai è tardi: S.R. va in coma e la mattina dopo, quella di martedì, muore.  

“Piangiamo la perdita dell’ennesima vita umana, uguale a quella di coloro che la perdono in fondo al mare, durante i viaggi della speranza, alle vittime della strada, alle donne che cadono sotto la violenza degli amori assassini, uguale a qualunque altra vita umana - è lo sdegno convinto degli avvocati penalisti di Milano -. Il rispetto per la vita e la dignità di ogni essere umano ci spingono a denunciare la gravità di quanto accaduto”. 

“Se l’applicazione distorta delle norme diviene la regola - la denuncia dei legali -, va sottolineato come le riforme legislative, senza un’adeguata base culturale, siano inutili. Il peso dell’opinione pubblica rispetto al rischio di recidiva, i continui e immotivati allarmi sulla “sicurezza”, la difficoltà evidente di assumere decisioni anche se impopolari sono segnali preoccupanti che vanificano gli sforzi legislativi volti ad evitare l’abuso della custodia cautelare in carcere”.

Un “abuso” che a S.R., probabilmente, è costato la vita.

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