Venerdì, 25 Giugno 2021
Cronaca Duomo / Piazza San Babila

Milano, 3mila musulmani contro Isis e terrorismo: "Not in my name"

Grande risposta dei musulmani milanesi che hanno riempito piazza San Babila per gridare che il terrorismo non porta “il loro nome”. Il coordinatore del Caim: “Il califfo è un farabutto, qui anche per chi si è sacrificato”

In piazza per dire "Not in my name" - Foto da Instagram @Gero Guagliardo

In piazza c’erano le donne con i veli. C’erano con gli uomini con la barba lunga. E c’erano i bimbi, felici di essere lì, ma con la paura del futuro negli occhi. C’erano i passeggini e c’erano i cartelli, tanti, tantissimi. Ma in piazza San Babila, nel cuore del Milano, non c’erano terroristi né jihadisti. Non c’erano attentatori, né guerriglieri. Perché la violenza - l’hanno voluto urlare in ogni modo - non sarà mai “in loro nome”

Grandissima risposta dei musulmani di Milano, che hanno accolto l’invito del “Coordinamento associazioni islamiche di Milano e Monza”, di “Partecipazione e spiritualità musulmana” e dei “Giovani Musulmani”, e hanno riempito piazza San Babila per dire no al terrorismo e all’Isis

In almeno tremila, sabato pomeriggio hanno dato vita a un presidio di solidarietà per le vittime degli estremisti dello Stato islamico e hanno voluto rimarcare le differenze tra l’Islam e il terrorismo, provando a rassicurare una città sempre più scioccata e spaventata

"Non si può pensare di prendere voti accusando la comunità islamica, non ci si può accusare di non fare abbastanza - ha detto subito il coordinatore del Caim, Davide Piccardo -. Oggi siamo in migliaia qui a dire 'no al terrorismo', domani ci si accuserà di nuovo di non fare abbastanza?”. 

“Siamo qui per dire molti no e alcuni sì - ha proseguito Piccardo -. Siamo qui per dire che non si uccide in nome di Dio, mai, non si travisa il nome di qualsiasi Dio per uccidere. Siamo qui per esprimere cordoglio e sdegno per i morti di Parigi, nostri fratelli e sorelle uccisi tragicamente. E siamo qui per esprimere dispiacere anche per i giovani che si sono sacrificati pensando di professare una religione, e ovviamente sbagliando. Siamo qui contro ogni forma di violenza".

“Questa violenza non ci appartiene, non potrà mai essere la nostra via. Mai, nemmeno quando si nasconde dietro la rivendicazione di giustizia e democrazia, nemmeno quando si maschera da risposta a un’altra barbarie - ha detto convito il giovane musulmano -. Noi scendiamo in piazza per dire no al terrorismo, per dire no alle guerre e per dire no all’islamofobia degli sciacalli che per pochi voti vogliono alimentare paure, divisioni e discriminazioni odiose additando l’Islam e i musulmani come nemici”.

“Per questo è venuta l’ora di riconoscere i musulmani italiani come cittadini a pieno titolo - ha auspicato Piccardo -, colmando le vergognose lacune nell’ambito di un diritto così fondamentale come quello di culto. Abbiamo bisogno di moschee riconosciute e dignitose, abbiamo bisogno di essere sostenuti nel lavoro quotidiano contro l’estremismo”.

Sì, perché i musulmani milanesi sono pronti a fare il loro lavoro, isolando e allontanando gli estremisti, ma chiedono rispetto. "E' fondamentale - ha concluso il coordinatore dei Caim - il riconoscimento dei luoghi di preghiera. Ce ne sono 700, di cui 695 informali. Come possiamo istruire i nostri giovani ai valori dell'Islam in questo modo?".

“Siamo qui per dire che colui che si proclama califfo è un farabutto e un criminale - gli ha fatto eco con parole ancora più dure Idriss Bakari, portavoce di Psm -. E che lui e i suoi seguaci non ci avranno mai”. 

Tra le numerose personalità del mondo islamico presenti c’era anche Abdel Amid Shaari, imam del Centro culturale islamico di viale Jenner. "Sono cinquanta anni che sono in Italia, ma devo sempre difendermi in anticipo. Da cosa? Non lo so - ha spiegato -. Ad esempio, la signora Santanché mi attacca sempre e comunque il marito Alessandro Sallusti è peggio. Se diventa sindaco di Milano dovrò emigrare a Torino".

Sabato, però, lui era a Milano. E insieme a lui c’erano almeno tremila persone. Quasi ognuna di loro aveva un cartello tra le mani. “Io dico no alla violenza”, si leggeva su alcuni. “#terrorism has no religion”, “l’Islam è pace”, su altri. La violenza, lo hanno giurato, non sarà mai “in loro nome”. 

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