Cronaca

Caso Rocchelli: il soldato italo-ucraino rinviato a giudizio, il processo inizierà il 6 luglio

Il gup ha deciso per il rinvio a giudizio di Vitaly Markiv

Vitaly Markiv

Vitaly Markiv, il 29enne italo-ucraino accusato di avere ucciso il fotoreporter Andrea Rocchelli e il giornalista e interprete russo Andrei Mironov nonché del tentato omicidio del giornalista francese William Raguelon, è stato rinviato a giudizio il 17 maggio dal gup di Pavia. Il processo a suo carico inizierà il 6 luglio. Il 29enne fu arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Milano il 30 giugno 2017 appena atterrato a Bologna: era in Italia per andare a fare visita alla madre, che vive nelle Marche.

Markiv si è dichiarato innocente e, insieme al suo avvocato Raffaele Della Valle, ha scelto di non chiedere il rito abbreviato. L'episodio di cui è accusato avvenne il 24 maggio 2014 nella periferia di Sloviansk, cittadina ucraina all'epoca sotto il quasi totale controllo dei separatisti e dei terroristi filorussi. Nel corso dell'udienza preliminare si sono costituite parti civili la famiglia di Rocchelli, la Federazione nazionale della stampa italiana e l'Associazione lombarda dei giornalisti, assistite da Giuliano Pisapia.

"Ma Markiv non aveva armi pesanti"

Markiv, assente all'udienza preliminare, è detenuto nel carcere di Opera. Era inizialmente accusato di avere utilizzato armi pesanti per colpire a quasi 2 chilometri, dall'alto di una collina, verso il punto in cui Rocchelli, Mironov, Raguelon e l'autista della vettura utilizzata dai tre per raggiungere il luogo furono bersagliati dai colpi. L'autista si dileguò e nessuno riuscì più a rintracciarlo mentre è appurato (dalla testimonianza di Raguelom) che sul posto si era presentata una quinta persona, anch'essa sparita nel nulla.

Il ministero della difesa ucraino ha successivamente provato che l'esercito ucraino, nel quale Markiv era regolarmente inquadrato (sebbene inizialmente nelle carte fosse stato definito un combattente volontario), non disponeva a Sloviansk di armi pesanti, e che le armi a disposizione (gli Ak-47, che sparano al massimo a 400 metri) non avevano la gittata necessarria per sparare dalla collina di Karachun (unico avamposto sotto il controllo del governo in quel momento).

Dall'arresto all'udienza preliminare è trascorso quasi un anno e, in questo anno, il pm di Pavia che ha condotto l'inchiesta ha effettivamente modificato in parte l'accusa a Markiv. Preso atto che non disponeva di armi pesanti, lo ha ricollocato in un "avamposto" più a valle rispetto alla sommità della collina ordinando ai commilitoni di sparare, dall'alto, con armi pesanti che pure, come abbiamo visto, ufficialmente non c'erano. Avere ricollocato Markiv più a valle consente anche alla pubblica accusa di giustificare la possibilità di "riconoscere" le vittime, altrimenti non identificabili dalla sommità della collina.

Quale interesse ad "eliminare" Rocchelli e Mironov?

Ma questo apre un altro interrogativo: che interesse poteva avere l'esercito ucraino, nella persona di Markiv o di chiunque altro, a sparare a tre giornalisti che in passato si erano distinti per la loro (rara, bisogna pur dirlo) indipendenza di giudizio sulla crisi del Donbass, a fronte di una informazione prevalentemente basata sulle agenzie di stampa russe? Rocchelli aveva documentato con spirito di sana informazione le vicende di Euromaidan a Kyiv, Mironov era noto per essere un dissidente russo non certo "nemico" della causa ucraina in un momento di guerra.

"Abbiamo fatto sopralluoghi per vedere le trincee e abbiamo raccolto le testimonianze dei commilitoni di Markiv per provare la sua estraneità ai fatti. Ci saranno molti aspetti da approfondire", dichiarava Della Valle alla vigilia del rinvio a giudizio confermando la linea difensiva basata sull'innocenza del soldato Markiv: "Quanto accaduto è successo su un fronte di guerra in cui sparavano anche i filorussi".

"Andrea Rocchelli e Andrei Mironov, professionisti seri e preparati, hanno dato la vita pur di raccontare cosa stava accadendo in quella terra lontana martoriata dalla guerra. Per questo, anche per loro, continueremo a chiedere fino alla fine che vengano fatte verità e giustizia", ha dichiarato Raffaele Lorusso, segretario nazionale della Fnsi. 

Il 6 luglio inizierà dunque il processo. Lo Stato ucraino è schierato a sostegno del suo soldato e così la comunità ucraina in Italia: sono ben note le sofferenze della guerra in Donbass e la situazione "da polveriera" a Sloviansk in quel periodo. Uccidere giornalisti, oltre all'efferatezza in sé, è sempre un atto ostile alla libertà e indipendenza dell'informazione, beni preziosi e necessari. Quindi trovare il colpevole è un'operazione di verità indispensabile. A patto che non ci si accontenti di "un" colpevole, finendo col punire un innocente. 

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