Prostituta a Milano nel lockdown, col sogno di cambiare vita. "E nessun cliente usa la mascherine"

Michelly Kelton è una 'sex worker' transessuale che anche durante la pandemia, non avendo altre fonti di sostentamento, continua a lavorare per strada a Milano, in via Novara. Tra rischi e timori per la salute, questa è la sua vita in piena emergenza covid

Michelly in via Novara

Anche con questo secondo lockdown le prostitute continuano a lavorare nelle periferie di Milano, spesso consapevoli di correre ancora più rischi ma non avendo altra scelta visto che 'vendersi per strada' è l'unico modo che hanno di riuscire a sopravvivere. Tra loro c'è anche Michelly Kelton, una sex worker transessuale di origine brasiliana che ha voluto condividere la sua storia.

Martedì sera sono andata a trovarla dove lavora - anche in questo periodo - in via Novara. La strada per arrivare da lei è avvolta da una densissima nebbia, tanto che faccio fatica a individuarla. Ma alla fine la vedo, illuminata dalla luce fredda della pensilina Atm, capelli neri ondulati, lineamenti morbidi e uno sguardo dolce. Mi saluta con il suo marcato accento brasiliano e mi ringrazia subito per averle risposto ed essere arrivata da lei "perché nessuno parla mai di noi". Con l'auto parcheggiata in quattro frecce nella fermata del bus e un freddo pungente inizia la nostra chiacchierata.

Da quanto tempo lavori come sex worker?

"In Italia dal 2007 ma ho iniziato in Brasile, nella zona da cui provengo, a nord di San Paolo, quando avevo 8-9 anni, sono andata via di casa dopo che una parte della mia famiglia non mi ha accettata, perché già da ragazzina uscivo con le femmine e mi sentiva come loro. Ho iniziato a prendere ormoni molto presto, ne ho presi tantissimi nel corso della mia vita".

Prostituirsi è stata una scelta per te?

"Quando si è transessuali prostituirsi purtroppo è spesso l'unico lavoro possibile, è molto difficile trovare altro perché ci sono forti discriminazioni. Io qui in Italia ho provato a lavorare come parrucchiera ma non ci sono riuscita. Al telefono mi dicevano ok, va tutto bene, ti prendiamo, ma quando poi mi vedevano di persona non mi assumevano più. A fare questa vita spesso ci si sente molto sole. Noi cerchiamo di dividere il 'sesso tecnico' che facciamo per lavoro da quello 'passionale', ma ci sono momenti in cui è facile legarsi ai nostri clienti perché attorno si sente proprio un vuoto. A Natale, ad esempio, o con le feste la sensazione di solitudine è molto forte. Io prima avevo un fidanzato che mi amava molto ma, stupidamente - perché all'epoca ero ambiziosa e cercavo un compagno ricco - purtroppo l'ho allontanato finendo per perderlo. Ora non sarei più tanto superficiale, con gli anni sono cambiata molto".

Fai parte di una rete, devi pagare qualcuno per prostituirti in questa zona?

"No, per fortuna la strada è libera. Tanti anni fa però non era così, bisognava pagare e non aveva senso perché poi non c'era nessuna garanzia. Non è giusto dover dare soldi a qualcuno: la strada è pubblica".

Cosa è cambiato con il coronavirus?

"I miei clienti sono diminuiti dell'80% con questo ultimo lockdown. Ma ho ancora un 20% di clientela che continua a presentarsi. Anche per chi lavora con gli annunci è la stessa cosa, i clienti sono diminuiti tantissimo. Noi sappiamo di essere a rischio ma non abbiamo alternative. Sappiamo che ci sono delle leggi e vorremmo anche rispettarle ma non abbiamo un altro lavoro. Non è come in Germania o in Svizzera, dove la prostituzione è legalizzata. Qui, nonostante ci sia moltissima prostituzione, siamo costrette all'illegalità e non potendo pagare le tasse, non abbiamo nemmeno nessun diritto e alcun tipo di tutela".

Ma i clienti continuano a presentarsi, non hanno paura? Usate delle precauzioni in più?

"Con il primo lockdown c'era più paura ma adesso molti continuano ad arrivare nonostante tutto. I clienti che si presentano ora non hanno paura. Ci vedono per strada, in salute, e danno per scontato che non siamo malate. Nessuno mette la mascherina. È sempre così quando arrivano pensano solo a fare l'amore, poi quando hanno finito ti chiedono se hai qualcosa, tipo se per caso hai l'Hiv, eccetera. Prima del covid mi capitava di avere 5 o 6 clienti a sera, tanti anni fa anche di più, perché c'erano molte meno transessuali".

E voi non avete paura del covid?

"Ho un paio di amiche che se lo sono prese. Ma dobbiamo correre il rischio. L'alternativa è stare a casa e fare la fame. Come facciamo a pagare la spesa, le bollette, l'affitto? Non abbiamo scelta".

Non vi è capitato di essere fermate dalla polizia?

"Quando passa la polizia qui in via Novara cerchiamo di nasconderci e non ci dicono nulla. In generale non abbiamo avuto grossi problemi. Poi comunque prima delle 22 torniamo a casa, rispettiamo il coprifuoco".

Rischiare così tanto vale la pena, si guadagna molto? 

"No, non è più un lavoro con cui si guadagna chissà quanto. Una volta era così adesso non più. Di certo non si diventa ricchi. E i rischi sono tantissimi. Ma io, come tante mie amiche, non riesco a trovare un altro lavoro, non mi assumono. E poi la prostituzione è come una droga. Crea dipendenza a livello psicologico. Viviamo di notte e di giorno non abbiamo un'altra vita, anche a livello sociale. Le persone che conosciamo sono altre prostitute. La nostra vita è la strada. Anche per questo è molto difficile uscirne. E poi c'è l'aspetto economico, magari qualcuno trova un lavoro pagato, mettiamo, mille euro al mese, e si dice 'ma prima questa cifra la guadagnavo molto più facilmente'".

C'è qualcuno che vi aiuta?

"C'è una sola associazione che passa in via Novara, il Naga. I suoi volontari si fermano per parlare dell'esigenza di proteggersi e usare il preservativo. Per il resto nessun altro ci aiuta".

Cosa vorreste chiedere a chi governa?

"Vorrei che la prostituzione fosse legale. Io ho lavorato anche in Germania (oltre che in Svizzera, Dubai e Qatar) e lì ad esempio devi registrarti in questura. Legalizzare ci permetterebbe di pagare i nostri contributi e le tasse, ma anche avere dei diritti che al momento non abbiamo. Vorrei anche che ci fosse più rispetto delle transessuali  e dei gay che lavorano sulla strada e che in questo Paese sono tantissimi".

Il covid ha cambiato i tuoi progetti di vita?

"Sì, moltissimo. Mi ha fatto pensare tanto. Io non voglio continuare a lavorare per strada fino a quando avrò 80 anni. Ci sono anche trans che mantengono la famiglia, una mia amica è morta da poco in Brasile e la sua famiglia si è presa tutto quello che aveva. Molte di noi non sono accettate dai propri cari che però ne approfittano per avere i nostri soldi. Ho anche pensato di tornare in Brasile. Quando ero più giovane viaggiavo tanto, adesso invece mi sono via via chiusa. Ma forse quello che mi piacerebbe di più è avere la mia casa qui a Milano, pagandola con un mutuo, e trovare finalmente un lavoro diverso. Adesso è tutto rallentato dall'epidemia ma spero un giorno di riuscirci".

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