Gli anarchici e la casa appena occupata. La proprietaria: "Non è vero che l'ho abbandonata"

Cinque anni per l'autorizzazione del comune a ristrutturare. E così è "apparsa" abbandonata agli anarchici appena sgomberati da via Casella. "Ci abitavano anche i miei bisnonni". Il racconto

Via Bruni 9

Probabilmente gli anarchici di Casa Brancaleone non batteranno ciglio nel leggere, dalle pagine del Corriere della Sera, che l'edificio di due piani appena occupato in via Bruni 9, a Dergano, non è esattamente "abbandonato" e "di proprietà di un'immobiliare", come loro ritengono e scrivono sulla loro pagina Facebook. Appena sgomberati (non senza resistenza) da un'altra palazzina di via Casella, hanno deciso di continuare la loro lotta contro "l'abbandono, il vuoto, il buio e il degrado che abitano centinaia di luoghi in tutti i quartieri di questa città".

E così si sono introdotti nella palazzina di Dergano, che alla vista appare effettivamente non proprio 'messo a nuovo', ma è tutt'altro che abbandonato. Semplicemente, i proprietari non lo abitano più. Ma non si tratta né di 'pericolose' società immobiliari con smanie speculative, né di 'ricchi possidenti'. 

I due piani di via Bruni restituiscono, semmai, la storia di una vecchia Milano - che un tempo non era nemmeno Milano, ma Dergano appunto - in cui contano i rapporti umani, familiari, di vicinato; in cui le case si tramandano di generazione in generazione; in cui si gioca nei cortili. In cui l'edificio non viene identificato con la via e il numero civico, ma con la persona che ci abita. La sedimentazione di un sentimento d'appartenenza che fa ancora dire, di quei due piani, "la casa di Enrica", la madre dell'attuale proprietaria, la 57enne Cristina, che ora vive altrove ma lì è nata e cresciuta. 

In pochi giorni, gli anarchici di Casa Brancaleone hanno già deciso cosa deve diventare via Bruni 9: un piccolo teatro e una ciclofficina. Cristina ribalta però - nel suo racconto al Corriere - non soltanto la situazione attuale dello stabile, tutt'altro che abbandonato come vedremo, ma anche, attraverso la sua storia, la prospettiva che questi edifici siano senz'anima, quando sono la testimonianza di una città che non esiste più. E andrebbero semmai salvaguardati.

Nel 2010 Cristina e i suoi parenti comproprietari decidono di ristrutturare. Il comune di Milano concede l'autorizzazione nel 2015. La casa era disabitata dal 2008. Tecnicamente si tratta quindi di uno stabile non più abitato da sette anni. La responsabilità maggiore è evidentemente dell'ente pubblico, che - se fosse un po' più rapido e rispettoso - non avrebbe impiegato i cinque settimi di tutto questo tempo per un'autorizzazione a ristrutturare. In assenza della quale, com'è ovvio, il proprietario non può che lasciare l'edificio così com'è. Facendogli prendere la sembianza dell'abbandono senza che di abbandono si possa parlare.

La famiglia di Cristina abita in quella casa fin dai suoi bisnonni. Nel cortile, le stalle dei cavalli, perché il nonno della donna aveva una piccola impresa di trasporto con carrozze. I cinque anni trascorsi dalla richiesta di autorizzazione all'autorizzazione effettiva, coincidendo con un periodo di crisi economica, hanno portato Cristina e i comproprietari a decidere per la vendita, che però ancora non s'è conclusa. Naturalmente ora c'è una denuncia per occupazione abusiva, ma potrebbe volerci molto tempo. Di fatto, la vicenda insegna quantomeno che è meglio che il comune - preposto ad autorizzare o no le ristrutturazioni - ci metta meno tempo a decidersi. 

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