Uccise a coltellate il marito durante lite: il giudice è clemente, "soffriva di stress da donna picchiata"

Alla donna concesso il massimo di attenuanti generiche: il giudice la condanna a 6 anni di reclusione

E' stata condannata a sei anni di reclusione (contro i tredici chiesti dall'accusa) la donna che, in via Montecassino a Ponte Lambro, il 7 novembre 2017 uccise con una coltellata il marito al culmine dell'ennesimo litigio tra i due. Il giudice ha valutato che la donna soffrisse di "sindrome della donna percossa", dopo una vita di angherie da parte di diversi uomini. E dunque, per questo stress post-traumatico che può manifestarsi anche a distanza di anni, ha accordato il massimo di attenuanti generiche alla pena per omicidio preterintenzionale.

Quella sera, al culmine di una lite ferocissima, la donna (che aveva 51 anni) ha accoltellato il marito, 52enne, mentre in casa c'era anche la figlia di 15 anni, che ha chiamato il numero di emergenza. Mentre i sanitari portavano l'uomo al San Raffaele, dove poi è spirato dopo un'agonia di un mese, gli agenti di polizia portavano in questura moglie e figlia per interrogarle e poi hanno arrestato la donna. 

Il litigio era scaturito dalla richiesta di spiegazioni, da parte della donna, sui soldi che l'uomo spendeva praticamente ogni giorno per ubriacarsi. Secondo quanto emerso in tribunale (la donna è stata processata con il rito abbreviato), lui avrebbe sferrato uno schiaffo alla moglie e poi le avrebbe detto: "Sei abituata a cose anche peggiori". Una frase che avrebbe mandato lei su tutte le furie, tanto da accoltellarlo al cuore.

Violentata due volte

Ed è in effetti triste la storia di questa donna, violentata da uno zio da bambina e poi ancora dall'uomo con cui aspettava una figlia. Di qui la diagnosi dello stress post-traumatico, che però non è bastato a ottenere il riconoscimento della legittima difesa per via della sproporzione con l'omicidio, ma ha fatto ottenere alla donna il massimo di attenuanti generiche. 

La 51enne, pochi giorni dopo il fatto, e prima che il marito morisse (era ancora ricoverato in fin di vita in ospedale), era stata scarcerata: la donna presso cui lavorava come colf si era resa disponibile ad ospitarla (insieme alla figlia) per farle scontare i domiciliari, con il parere favorevole sia del pm sia del gip.

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